Sport, 03 febbraio 2022

“Io, campionessa di sci oggi vivo sola e libera”

Intervista esclusiva con Marie Therese Nadig, doppio oro olimpico 50 anni fa a Sapporo

LUGANO - Marie Therese Nadig ha quasi 68 anni: li compirà nel prossimo mese di marzo. Felice, sola e libera. Si gode la pensione coltivando la terra, leggendo libri di storia e di donne che hanno lottato per i loro ideali e tutti i giorni fa lunghe passeggiate per tenersi in forma anche se, avvisa, “nella maggior parte dei casi incontro delle persone che mi fermano per chiacchierare. Ma non parliamo mai di sport, discutiamo e dibattiamo del mondo e dei suoi problemi”. 


Maite, come viene chiamata affettuosamente, risiede sempre a Flums, anche se la si trova spesso e volentieri sul Flumserberg, la stazione invernale nella quale lei è cresciuta e si è formata per diventare campionessa. “Qui nella mia terra sto benissimo. Non ho mai trovato un posto migliore. Sono cresciuta in una famiglia numerosa, unica femmina fra quattro fratelli maschi”. Una località, quella sangallese, che in passato è stata sede di arrivo del Giro della Svizzera, e si è fatta un nome anche, e diremmo soprattutto, grazie alle imprese della Nadig, che in età ancora minorenne (17) vinse la discesa libera femminile ai Giochi Olimpici di Sapporo, 50 anni fa. Nella notte dei tempi, verrebbe da dire.


Mancavano pochi giorni al suo compleanno. Ma lei non si fermò lì: concesse infatti il bis nello slalom gigante 72 ore dopo, facendo imbestialire la miglior sciatrice dell’epoca, l'austriaca Anne Marie Moser Proell, che si vide scippare clamorosamente due ori ambitissimi e che tutti gli osservatori e gli addetti ai lavori le avevano già messo al collo. Marie Therese si è poi confermata atleta di razza, vincendo anche la Coppa del mondo e diverse gare del Circo bianco: in quegli anni gareggiava al fianco di Lise Marie Morerod e Hanni Wenzel.


“Ricordo che Lise era molto popolare: bella ragazza, dolce, timida. Io non avevo certamente il suo fascino e mi ritenevano una paesanotta. Ero piuttosto scontrosa e non mi piacevano troppo le interviste. In nazionale però c’era un ottimo ambiente e tutte eravamo contente quando una di noi vinceva o otteneva un buon risultato”.


Maite non ha smarrito gli aspetti meno facili del suo carattere, anche se adesso è più aperta e rilassata. Quando l'abbiamo contattata al telefono nei giorni scorsi è stata molto disponibile: “Ma vi ricordate ancora di me?”, ha detto ridendo. “Sono passati tantissimi anni. E in Ticino che si dice? È tanto tempo che non ci vengo. Quando è morta Doris De Agostini sono rimasta male. Certo che nel vostro cantone ne sono nate di campionesse. Penso a lei, ma anche a Michela Figini e ora a Lara Gut-Behrami”.


Signora Nadig: lei ha vinto una medaglia d’oro olimpica a soli 18 anni. Un’impresa.
Non ho mai dato troppo peso ai numeri e ai dati statistici. Avevo 17 anni e mezzo allora, e quando sono andata in pista mi sentivo come se ne avessi 30. Ero sicura di me, non avevo nulla da perdere e la pressione era finita sulle spalle di altre sciatrici. Avevo delle buone sensazioni: a Grindelwald qualche settimana prima ero giunta seconda alle spalle della Proell. Le mie avversarie sapevano che avrei potuto impensierirle.


Fu proprio il risultato in terra bernese che convinse la federazione a portarla a Sapporo.
Qualcuno, prima di quel piazzamento, avanzava dei dubbi sulla mia giovanissima età. Ma poi si convinsero che avrei rappresentato bene la Svizzera.


Partecipare ad una Olimpiade è un traguardo prestigioso per ogni atleta ma arrivare primi…
Arrivare primi ti regala una fama che non si cancellerà mai. Secondo me vale molto di più di un Mondiale o di una altra rassegna internazionale di livello. Quando partii per Sapporo mi sentivo fra le nuvole, mi sembrava di sognare. Eppure ero consapevole che non mi sarei accontentata.


Cosa succese quel 5 febbraio di 50 anni fa?
/> Tutti gli occhi erano puntati sulla Proell, secondo me una delle migliori sciatrici di tutti i tempi. L'austriaca nel 1971 aveva vinto tutto e perciò era la gran favorita. Direi irraggiungibile. Inoltre si era imposta in quattro delle cinque discese disputate sino allora in Coppa del Mondo. Insomma: i pronostici della vigilia era chiari: Annemarie avrebbe vinto a mani basse. La gara? È presto detto: io scesi con il numero 13, tranquilla, concentrata e veloce. Quando arrivai al traguardo mi resi conto che avrei potuto salire sul podio. Ma non credevo di agguantare il primo posto. La Proell scese dopo, scese con il 15 ma non si avvicinò al mio tempo. Memorabile! I pochi tifosi svizzeri presenti cominciarono a fare festa, ero al settimo cielo, la mia avversaria infuriata. Era stata battuta da una ragazzina.


Ma non finisce lì, perché tre giorni dopo… 
Vinco anche lo slalom gigante, che allora si correva su una sola manche. Stavolta mi guardavano tutti con rispetto: dopo l’exploit in discesa libera le mie quotazioni erano salite vertiginosamente. La Proell disputò una prova impeccabile. Quando scattai dalcancelletto sapevo che avrei dovuto superarmi. Lei era scesa con il numero 2 e le condizioni della pista sembravano migliorate rispetto alle prime discese. Avevo il pettorale numero 10. Scesi determinata e senza sbavature. Fu sufficiente per migliorare il tempo dell’austriaca.


Grazie ai suoi risultati i giapponesi la adottarono.
Certo, negli anni la mia presenza in terra nipponica si fece frequente, visto che mi chiesero di organizzare degli stages per giovani sciatrici e giovani sciatori. Lo feci con entusiasmo.


Lei è stata un modello di professionalità e coraggio: eppure in Svizzera non era molto popolare come altre sciatrici magari meno vincenti.
Non ho mai voluto essere popolare, non mi è maiinteressato. Ho sempre cercato di dare il massimonegli allenamenti e in pista. Finita la gara tornavo ad essere la cittadina Maite, con la mia vita e le mie storie. Non cercavo di finire a tutti i costi sui giornali.Anche se ci furono dei periodi in cui i quotidianidella svizzera-tedesca e quelli romandi mi chiamavano tutti i giorni.


Dicono che lei fosse un po' ribelle
Mi hanno etichettato così solo perché una volta mi sono presentata davanti al Consiglio federale in jeans o perché negli appuntamenti televisivi non mi mettevo il rossetto. Semplicemente ero Maite, come tuttora, e non mi andava di cambiare solo per una questione di etichetta.


Maite: rispetto ad allora lo sci è cambiato.
Come la vita, come tutto. Non saprei dirle se in meglio o in peggio. Di certo a quei tempi eravamo tutte dilettanti. La federazione ci riconosceva le spese di viaggio e di trasferta, e ricevevamo una specia di gratifica per i risultati. Ma non dei veri premi. Le Olimpiadi, poi, erano aperte solo agli amateur e chi sgarrava finiva escluso. Vedi il campione austriaco Karl Schranz, che a Sapporo fu escluso per aver portato una piccola pubblicità di una marca di caffè sulla sua tuta di allenamento. Oggi è tutto diverso: lo sci si è messo al passo con i tempi e il professionismo ha avuto la meglio.


Lei è stata anche allenatrice della squadra svizzera. Che esperienza è stata?
Come tutte le esperienze servono a crescere ma visto il mio carattere deciso e testardo forse non ero la più indicata per quel ruolo. Io non ho molta voglia di mediare, vado dritta all’obiettivo, senza troppi giri di parole.


Chiudiamo con un pronostico: chi vincerà la discesa libera femminile di Pechino?
Se la Goggia gareggia, parte favorita. Le rossocrociate possono fare bene: con Lara Gut e la Suter. Speriamo.

MAURO ANTONINI

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