Sport, 23 febbraio 2021

Con lo sguardo già rivolto ai Giochi olimpici di Tokyo

Atletica leggera: Ajla Del Ponte, la velocista ticinese che non vuol finire di stupire

LUGANO - Quando vediamo correre Ajla Del Ponte, non possiamo non restare affascinati dalla sua incredibile forza e rapidità d’esecuzione. Lo scatto dai blocchi di partenza, il guizzo e la stupefacente progressione che le permette di stare al passo delle migliori al mondo e addirittura a volte di superarle, come ha fatto già in Diamond League, è davvero roba per palati fini. L’atletica è uno sport che deve essere capito, se entri nella sua filosofia allora può davvero contagiarti. Ajla c’è riuscita. E per noi addetti ai lavori, la gioia è doppia perché lei è un prodotto nostrano. Con la losonese abbiamo scambiato quattro chiacchiere per fare il punto della situazione sulla sua preparazione e individuare gli obiettivi per un 2021 in cui vuole essere ancora grande protagonista.

Allora, Ajla: a che punto siamo?
In queste ultime settimane sono stata molto impegnata a livello agonistico, ottenendo riscontri cronometrici molto indicativi, come a Düsseldorf e a Metz, la forma è quindi già bella regolare. Spazio per allenarsi bene quindi non ce n’è stato molto. Il picco di forma deve arrivare sicuramente in vista dei campionati europei in programma il primo wee-kend di marzo. Stiamo cercando di mettere le basi in vista delle gare più importanti.

Lei ha bisogno di respirare l’aria della competizione.
Ho bisogno di gareggiare per riuscire ad affinare l’esecuzione, che io desidero sia il più possibile perfetta. Insomma, qualche anno fa gli allenamenti e le gare erano di altro livello, ora la preparazione ed il valore delle competizioni è di ben altra caratura per stare, come si dice, al passo con le migliori al mondo.

Un cambiamento radicale.
Semplicemente ho cercato di adattarmi regolarmente alla nuova situazione. Se prima dovevo stare al passo con le migliori in Svizzera ed in Europa nelle categorie giovanili, ora sto facendo altrettanto con la classe superiore, consapevole di avere a che fare con una concorrenza agguerritissima, di livello appunto mondiale. Il mio è stato un costante processo verso l’alto. È come un apprendistato, ogni occasione è buona per crescere e migliorare tecnicamente e non solo. Non provo stress in questa situazione, so di appartenere ora al lotto delle migliori, so che occupo un posto di prestigio a livello internazionale e quindi voglio divertirmi e dimostrare che posso giocarmela.

La preparazione fisica e tecnica sono sicuramente importanti, ma altrettanto fondamentale è l’aspetto mentale.
La preparazione fisica gli atleti sanno di poterla controllare più facilmente. L’aspetto psicologico al contrario deve essere curato in modo diverso, quindi come in allenamento, bisogna essere accompagnati dalle persone giuste. L’aspetto mentale è il punto focale perché ci permette di gestire meglio la pressione, specialmente quando gareggiamo ai livelli più alti. Occorre competere molto e perfezionarsi durante la preparazione per affrontare al meglio gli appuntamenti più attesi.

Sembra facile dirlo, ma…
Per quanto riguarda il mio caso, sono perfettamente concorde, allenamento e competizione devono essere in perfetta sintonia, solo così ci possono essere le giuste premesse per essere vincenti. Altri atleti invece gareggiano meno e per loro funziona bene così.

Il momento della partenza è davvero speciale. Il silenzio che cala sullo stadio, le atlete perfettamente allineate. Ecco, da quel momento fino all’attimo in cui si va sui blocchi di partenza, cosa passa nella vostra testa?
Occorre isolarsi completamente, meno pensi e meglio è. Se nella mente ti passano svariate cose, di certo non è buona il massimo per l’andamento della gara. Semplicemente ci si concentra e si aspetta infine il colpo di pistola dello starter.

Quando ha veramente capito, nel corso della sua carriera, che avrebbe compiuto il salto di qualità?
Sono passata per vari livelli, c’è stato un progressivo miglioramento tecnico e fisico, ho preso coscienza che stavo migliorando ed ho insistito allenandomi e gareggiando sempre più ad alti livelli. Quando nel 2016 sono partita da Ascona per sistemarmi a Losanna per gli studi ho potuto allenarmi ancora con più intensità ed ho migliorato il mio limite personale sui 100 metri di 30 centesimi di secondo. Un altro momento dove ho fatto un passo avanti è stato nel 2018 quando ho migliorato il record sui 60 metri Under23 battendo il limite di Mujinga Kambundji. Ci sono stati comunque altri momenti, come il 2020 dove il balzo in avanti è stato pure molto importante. Ero ormai consapevole che gli occhi della gente e dei media puntavano pure su di me. È stata tutta una conseguenza di questa mia ascesa verso l’alto.

Lei legge, ascolta e guarda in TV i commenti sulle sue prestazioni?
Siamo tutti, più o meno, sulla stessa barca e quindi gli atleti sono consapevoli che i mass media parlano di loro. Bisogna affrontare anche questo aspetto, è ovvio che mi fa piacere quando leggo note positive, meno quando ci sono le critiche ma questo fa parte del gioco. Comunque cerco
di leggere e di ascoltare in modo piuttosto distanziato. In televisione addirittura quasi mai mi guardo l’intervista effettuata in studio perché so già quello che ho risposto. Mia madre mi dice sempre che, se rivedo le mie interviste posso sempre imparare, ma io vado avanti così, è un mio modo di essere. Forse dovrei ascoltarla.

È stato più emozionante la prima vittoria in Diamond League a Montecarlo o gareggiare al Meeting dei Castelli davanti al suo pubblico?
Sono emozioni diverse. Se ci fosse stata la mia famiglia a Montecarlo la gioia sarebbe stata più grande. Alla fine della prova monegasca ero quasi più incredula che felice per quello che ero riuscita a fare, così è accaduto anche a Stoccolma nell’altra tappa della Diamond League. La sensazione più grande interiormente l’ho evidentemente provata a Bellinzona, dove gareggiavo in casa e c’erano tutti i miei famigliari. In simili circostanze, quando sei davanti ai tuoi amici e conoscenti, vengono toccati aspetti emotivi diversi questo senza dubbio.

Ormai ad ogni gara la gente e gli addetti ai lavori si aspettano molto da Ajla Del Ponte. Lei avverte la pressione?
No, la pressione più grande me la posso mettere solo io. Io. Vado avanti, so quello che faccio in ogni allenamento e so cosa posso raggiungere. Sono io che mi gestisco, sono io il giudice di me stessa. È comunque chiaro che è bello condividere le emozioni congli altri.

Oltre ai 100 metri il suo pallino è la staffetta. L’atletica è uno sport generalmente individuale, nella staffetta ogni atleta deve dare il massimo, ma alla fine è la squadra che vince.
È proprio questo il bello della staffetta, tutto è condiviso, in questa prova sento di più il peso di rappresentare la Svizzera. Sia ad Athletissima a Losanna sia alla Weltklasse di Zurigo la gente viene anche per assistere alla staffetta. Gioire per una bella prestazione di gruppo è sicuramente diverso che gioire per una gara individuale.

Per chiunque, passare sotto la bandiera dei cinque cerchi è una emozione davvero unica ed indescrivibile. Lei ha già provato questa atmosfera a Rio de Janeiro in Brasile e si aspetta di vivere la stessa sensazione – si spera – ai prossimi Giochi di Tokyo.
Tutta l’estate del 2016 è stata un sogno. Avevo ancora 19 anni e già avevo partecipato al mio primo campionato europeo ad Amsterdam con la staffetta, doveavevamo stabilito anche il nuovo record svizzero, che nessuno francamente si aspettava. Arrivare a 20 anni alla mia prima Olimpiade in Brasile. Quasi non ci credevo. Emozioni fortissime ve l’assicuro: quando una mia compagna di squadra ha voluto farmi una foto davanti alla fiamma olimpica mi sono messa a piangere.

A Rio c’è stato un clic fotografico speciale perché ha posato con il mito Usain Bolt.
Eravamo in un campo d’allenamento a Rio appunto, avevo visto il campione giamaicano ma non avevo il coraggio di chiedergli di fare una foto, del resto di carattere sono piuttosto timida. L’incontro è stato del tutto naturale, i giamaicani sono persone facili da approcciare ed anche molto simpatici. Abbiamo fatto qualche battuta e poi finalmente la foto con altri atleti, un momento davvero divertente e bellissimo.

Se non ci saranno imprevisti dell’ultimo momento, in estate ci saranno i Giochi di Tokyo… 
Sì, è normale guardare a questo evento, del resto sono cinque anni che sto lavorando per questo obiettivo. Tuttavia, non ne faccio un’ossessione giornaliera. Svolgo il mio lavoro con tranquillità, prima dell’evento olimpico ci sono altri traguardi nazionali ed internazionali.

A Tokyo con obiettivi ambiziosi…
È naturale avere delle ambizioni, a modo nostro ci poniamo dei traguardi che vogliamo realizzare. Certo, punto in alto, ma è così che ogni atleta deve essere. Vogliamo andare in Giappone non per fare un viaggio ma per realizzare qualcosa di straordinario. (ride).

Parliamo di Mujinga Kambundji, l’altra elvetica forte nella velocità: con lei la staffetta acquista valore.
Ci incontriamo quando c’è appunto la staffetta, quando ci vediamo parliamo sempre in modo piacevole, ad esempio di libri, visto che ne abbiamo diversi in comune. Ci diamo magari anche dei consigli. Certo con lei la staffetta aumenta di rendimento. Farne parte è una ragione di fierezza. Ogni anno siamo sempre riuscite a migliorarci.

Il ruolo della sua famiglia è stato sinora determinante.
Assolutamente, altrimenti non sarei arrivata a questi livelli. L’amore per lo sport ci è stato insegnato dai miei genitori, del resto mio fratello gioca nei Ticino Rockets.

Per chiudere: fra i suoi tanti interessi c’è pure quello dell’astrologia.
Sin da bambina ho avuto questo interesse, perché gli astri li ho spesso legati alla mitologia greca di cui sono sempre stata molto appassionata.

GIANNI MARCHETTI

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