Sport, 15 febbraio 2021

“Arrigo Sacchi lasciò l’Italia anche per merito mio”

Nostra intervista esclusiva a Italo Cucci, guru del giornalismo peninsulare

LUGANO - Italo Cucci ha vissuto e raccontato 50 anni di sport. Sui principali quotidiani sportivi italiani (Corriere dello Sport, Stadio), sulle riviste (Guerin Sportivo e Autosprint) e pure su giornali di grande tiratura nazionale (Corriere della Sera). Ha partecipato a 10 Mondiali di calcio, ha conosciuto Di Stefano (“ Il migliore di tutti i tempi”), Pelè e Maradona; è diventato grande amico di Enzo Bearzot di cui ha cantato l’Impresa (“con la i maiuscola” afferma) e suo malgrado Arrigo Sacchi, con il quale ha avuto scontri dialettici sul modo di interpretare il calcio. “Arrigo una volta disse che l’unico “quasi” nemico incontrato in carriera era stato Italo Cucci” afferma il giornalista romagnolo, che oggi vive nell’isola Pantelleria, una sorta di “buen retiro”. Ma a 82 anni Italo è ancora sul pezzo: “Lo sport è una grande e immortale passione. Quando cominciai a Stadio mi mandarono al Tour de France e nel 1967 testimoniai la tragedia di Tommy Simpson. Quel giorno diventai giornalista. Non lo scorderò mai…”. Italo Cucci, da noi raggiunto telefonicamente nei giorni scorsi, non ha ancora deposto la penna: ancora oggi di diverte a “dialogare” con Ivan Zazzaroni sul Guerin Sportivo, il mensile al quale è molto legato affettivamente. “ Nel 1975, quando ero direttore, lo rinnovai profondamente. Con la redazione lo portammo ai massimi storici di diffusione: oltre 350 mila copie”, dice.

Italo Cucci: lei è stato testimone di quasi 50 anni di calcio. Come inviato, opinionista e scrittore. Spesso una voce fuori dal coro. Qual è il suo giudizio su questo sport che molti suoi colleghi definiscono malato ma del quale non possono fare a meno? 
I malati siamo noi, tifosi: come dicevano i commentatori antichi, dopo la pandemia di tifo, i seguaci del calcio manifestavano con i comportamenti da stadio, eccessi compresi, sintomi di un contagio collettivo. 

Nei suoi dialoghi con Ivan Zazzaroni sul Guerin Sportivo lei spesso pone l’accento sui malvezzi del calcio di oggi. Che cosa c’è da buttare e da salvare?
Molto semplicemente gli eccessi affaristici nobilitati formalmente dalla definizione calcio-business che non nasconde una deviazione preoccupante da quel poco di capitale sportivo ereditato dal passato. Fino alla legge Bosman si diceva calcio spettacolo. Ed era sicuramente un calcio migliore di questo. 

Il giornalismo italiano, che un tempo fungeva da implacabile fustigatore dei vizi dell’ambiente calcistico, oggi sembra diventato servilista e acconsenziente. Per non parlare poi di certe scelte editoriali, come quella di parlare delle moglie e delle fidanzate dei giocatori e glorificarne l’aspetto fisico. Cosa ne pensa?
Il gossip è un tentativo mercantile, si pensa che faccia vendere copie. E non è vero, visti i risultati, i peggiori di due secoli. Mi diceva Antonio Ghirelli che ancor prima degli anni Venti, in un’Italia semianalfabeta, i quotidiani vendevano sei milioni di copie. Più del triplo delle copie vendute oggi. E il giornale sportivo aveva anche la funzione di diffondere la versione più semplice della lingua italiana, ruolo in particolare del Corriere dello Sport nell’Italia meridionale. Oggi è drammaticamente aumentato il servilismo nei confronti dei potentati. E non dico della sana, ineluttabile faziosità dei fogli sportivi. abitualmente legati alla squadra locale, piccola o grande che sia. 

Lei, Gianni Brera, Gino Palumbo, Antonio Ghirelli, Vladimiro Caminiti, Giorgio Tosatti o Mario Sconcerti, in tempi e modi diversi avete fatto opinione e addirittura influenzato scelte tecniche di importanti allenatori e commissari tecnici. Oggi Mancini se ne fa un baffo delle critiche dei suoi colleghi. Come lo spiega?
Giornali, radio, televisioni, blog, social: sono troppi i mass media che vogliono influenzare le scelte, meglio fregarsene. Come fece per primo Fabio Capello a Roma quando vinse lo scudetto. 

Parliamo di pandemia: ha fatto danni devastanti anche nello sport: eppure nessuno vuole smettere. Non crede che i campionati siano falsati?
 Il campionato si adegua ad ogni circostanza. Ricordo che ai tempi del grande Calcioscommesse (Albertosi, Giordano, Manfredonia, il povero Rossi tirato per i capelli) il giudice bocció la richiesta di giocatori del Totocalcio che volevano essere indennizzati dei risultati combinati: la sentenza stabilì che l’imbroglio era solo un rischio in più! 

Nel dettaglio: lei è sempre stato un grande estimatore-tifoso di Enzo Bearzot. Il vostro fu un rapporto straordinario… 
Prima di forte contrasto, anche a causa di equivoci, poi di fantastica solidarietà quando capimmo di avere in comune una certa idea anche tecnica - del calcio, della cultura, della correttezza, dei sentimenti. E dello sport, naturalmente.

Diego Maradona e Pelé: con l’argentino eravate amici. Con il brasiliano c’era un rapporto di stima. Come li definirebbe?
Ineguagliabili. Complementari. Aggiungici Di Stefano e hai creato il calcio. 

Qual è stato il giocatore con il quale ha avuto il miglior rapporto? E con chi non si è mai trovato a suo agio?
Giacomo Bulgarelli e Giacinto Facchetti. Problemi veri mai, con nessuno.

Con Arrigo Sacchi però lei non ha mai avuto un buon rapporto. Sembrava che quell’ extraterrestre planato sul pianeta terra le desse fastidio. Del resto lei non ha mai nascosto una forte simpatia per il calcio all’italiana… 
Fu lui a volermi conoscere, nel luglio dell’82, e esordí stroncando il gioco della Nazionale di Bearzot - la mia Nazionale - appena laureata campione del mondo. Eravamo a tavola e prese a tracciare schemi et similia su fogli di carta usando anche un linguaggio per me insolito. Arrivato al Milan realizzó la sua missione coi soldi di Berlusconi e un pugno di pedatori eccellenti. Potevamo discuterne ma preferí consegnarsi agli incensatori spesso incompetenti. Nella sua autobiografia mi fa l’omaggio di ricordarmi suo (quasi) unico nemico. In realtà era detestato anche da Gianni Brera. Il peccato mortale fu la condanna del Contropiede, sostituito dalla banale Ripartenza che fu adottata dagli scribi insieme a un nuovo linguaggio che non evocava D’Annunzio ma il peggio di Coverciano. Ma chi l’ha costretto a lasciare la Nazionale sono stato io, come dovette riconoscere Matarrese.

Lei una volta pubblicò sul Corriere dello Sport il contratto di Sacchi con la Nazionale (particolarmente oneroso per la FIGC). Proprio non lo digeriva il suo conterraneo… 
E infatti fu quel documento, consegnatomi da un “federale”, a sollecitare l’addio. Se ben ricordo, ricorrendo a un espediente...feltresco (Vittorio è un maestro, discutetelo fin che vi pare) sparai sulla prima pagina del Corriere dello Sport il titolo “Ingaggio di Sacchi, dodicimila milioni (non i banali dodici miliardi)”.

Lei aveva una grandissima ammirazione per Ronaldo Fenomeno. Oggi farebbe ancora successo? Sicuramente. Ha rischiato di essere il più grande. Comunque un Fenomeno.

Per quale squadra tifa? Non mi dica che un giornalista debba taccere i propri sentimenti… 
Da ragazzino tifavo per il Grande Torino. Da giornalista da sempre mi dico pubblicamente tifoso del Bologna, il che mi costringe alla massima obiettività quando lo tratto professionalmente. Il resto è ipocrisia.

Chi vincerà il campionato italiano?
Per la stagione ‘20-‘21 ho pronosticato Inter. Ma la Juve... 

Le piace Antonio Conte? Quali sono i suoi allenatori preferiti di oggi?
Moltissimo. Eravamo anche amici. Ha fatto un’ incredibile voltafaccia. L’Inter gioca certi scherzi anche ai migliori. Ricordate Lippi?

Due parole su Maurizio Sarri
Se gli si perdona il sarrismo, peraltro invenzione dei caudatari, un vero uomo di calcio. Imperdonabile la sua capacità di perdere nella ricerca di un calcio perfetto che non esiste se non giovandosi di Messi (come Guardiola) o Ronaldo, con il quale ha infatti vinto comunque uno scudetto. TikiTaka e dintorni, una noiosa bufala. Divino e insostituibile il Contropiede. Se vuoi vincere.

Il suo campione preferito?
Roberto Baggio. Con il primo Gianni Rivera.

Il Mondiale più bello di sempre?
Spagna 1982.

Calciopoli ha segnato un’era e la Juventus: il suo giudizio storico.
Chi sbaglia paga. Io ho pagato anche senza sbagliare quando ho criticato l’arbitro di una famigerata partita Juventus-Inter. Avevo anticipato una storiaccia.

È vero che il calcio italiano è conservatore e specchio del paese come afferma Arrigo Sacchi? 
Ho adottato le parole di Leo Longanesi, romagnolo di Bagnacavallo: “Conservatore in un paese in cui non c’è nulla da conservare”. Arrigo è di Fusignano, il paese di Vincenzo Monti del quale restano non solo i prodotti letterari, in primis la traduzione dell’Iliade, ma anche il giudizio di Ugo Foscolo: “Questi è Monti poeta e cavaliero/gran traduttor dei traduttor d’Omero”. Vuol dire qualcosa?

MAURO ANTONINI

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