Ticino, 23 dicembre 2020

"Un accordo insoddisfacente che sacrifica gli interessi dei ticinesi"

In un comunicato stampa trasmesso poco fa, la Lega dei Ticinesi prende posizione sull'accordo sulla fiscalità dei frontalieri firmato oggi tra Svizzera e Italia. Il movimento di Via Monte Boglia esprime insoddisfazione per "la scarsità dei risultati raggiunti", delusione che peraltro "era nell'aria".

La Lega critica in particolare il fatto che l'accordo non entrerà in vigore immediatamente ma verrà applicato solo per i nuovi lavoratori frontalieri, mentre per i frontalieri già attualmente impiegati in Svizzera non cambierà nulla dal profilo fiscale.

"E’ evidente – si legge nel comunicato della Lega - che, a queste condizioni, uno degli effetti auspicati con il cambiamento di sistema, ossia una maggiore pressione fiscale sui permessi G in funzione 'antidumping', viene a cadere".

Stessa critica per quel che riguarda i ristorni, che continueranno ad essere versati con le modalità attuali per i prossimi 15 anni, un fatto che il movimento di Via Monte Boglia giudica "inaccettabile" in quanto attualmente il Ticino versa all'Italia 100 milioni di franchi "senza motivo".
Secondo la Lega la Confederazione avrebbe dovuto disdire la Convenzione del 1974, ritenuta "obsoleta", e continuerà a perorare questa opzione. Al Consiglio di Stato si invita invece di bloccare i ristorni, "anche in considerazione delle necessità ticinesi a seguito della crisi da coronavirus ".

Di seguito il comunicato stampa della Lega dei Ticinesi:

Fiscalità dei frontalieri: accordo insoddisfacente, interessi ticinesi sacrificati

La Lega dei Ticinesi prende atto dell’avvenuta firma del nuovo (?) accordo con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri, dopo oltre 5 anni di inconcludenti trattative, ed esprime la propria insoddisfazione per la scarsità dei risultati raggiunti.

Il deludente esito era, peraltro, nell’aria.

L’accordo firmato, a quanto risulta, contiene delle differenze importanti rispetto alla versione del 2015. Naturalmente differenze a vantaggio dell’Italia. La quale è assai poco sospetta di sottoscrivere trattati che non sono nel proprio esclusivo interesse.

L’applicazione del nuovo regime fiscale solo ai nuovi frontalieri, e la permanenza dei frontalieri già presenti sotto il “vecchio” regime fino all’età del pensionamento, suona come una presa in giro.
E’ evidente che, a queste condizioni, uno degli effetti auspicati con il cambiamento di sistema, ossia una maggiore pressione fiscale sui permessi G in funzione “antidumping”, viene a cadere.

Pure inaccettabile il perpetrarsi dei ristorni dei frontalieri per ancora 15 anni. Poiché i ristorni attuali ammontano ormai a quasi 100 milioni di Fr all’anno (in continua crescita), 15 anni di ristorni equivalgono ad 1.5 miliardi di franchi che partirebbero senza motivo per l’Italia.
Senza motivo poiché, come la Lega dei Ticinesi ha avuto modo di ripetere più volte, la Convenzione del 1974 è ormai obsoleta, essendo venute a cadere da vari anni le premesse su cui essa si fondava. A partire dal riconoscimento italiano del segreto bancario elvetico.

La Lega dei Ticinesi rileva che il Ticino aveva tutto il diritto di attendersi dal nuovo accordo un maggior introito fiscale equivalente, o comunque vicino, all’ammontare dei ristorni. L’accordo avrebbe dovuto prevedere la tassazione dei frontalieri in base alle aliquote italiane, ben superiori a quella dell’imposta alla fonte elvetica.

Al Ticino sarebbe andato l’equivalente dell’imposta alla fonte attualmente prelevata, comprensiva della quota che viene ristornata; la differenza l’avrebbe incassata l’Italia.
Oggi come non mai, a causa anche della crisi economica generata dalla pandemia, è essenziale che i quasi 100 milioni all’anno di ristorni rimangano in Ticino, per le necessità cantonali.

Si ricorda inoltre che il Lussemburgo, pur essendo uno Stato membro dell’UE, non versa ristorni per i frontalieri francesi e tedeschi attivi sul proprio territorio. Quindi una soluzione diversa era possibile. E se lo era all’interno dell’UE, a maggior ragione al di fuori.

Si rileva inoltre che l’Italia rimane inadempiente sulla cosiddetta roadmap del 2015: pensiamo in particolare all’accesso degli operatori finanziari svizzeri al mercato della vicina Penisola. E’ manifesto che, a seguito della firma odierna, tutti gli altri punti della roadmap finiranno nel dimenticatoio.

Per l’ennesima volta la Confederazione ha accettato una soluzione minimalista che non risponde in modo adeguato né agli interessi né alle legittime aspettative del Ticino, le quali ancora una volta risultano sacrificate sull’altare dei presunti “buon rapporti” tra Svizzera ed Italia.

La Confederazione, già da anni, avrebbe dovuto disdire unilateralmente la Convenzione del 1974, ciò che avrebbe portato alla decadenza dei ristorni. Un passo che, in base alla perizia commissionata dal CdS all’Università di Lucerna, risulta essere percorribile. La Lega dei Ticinesi continuerà a perorare questa opzione.

La Lega dei Ticinesi invita ancora una volta il Consiglio di Stato a decidere il blocco dei ristorni dei frontalieri, anche in considerazione delle necessità ticinesi a seguito della crisi da coronavirus.

Lega dei Ticinesi

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