Svizzera, 22 dicembre 2020

Pericoloso criminale scampa all’espulsione grazie a una (presunta) relazione gay

Avrebbe dovuto lasciare la Svizzera non appena uscito dal carcere, dove stava cinque anni di detenzione per un tentato omicidio. Ma è riuscito per ora a evitare il rimpatrio. Grazie.a una domanda d’asilo (la sua terza) presentata da dietro le sbarre, nella quale asserisce di essere minacciato in patria a seguito di una relazione gay.

Protagonista di questa assurda vicenda è un cittadino tunisino oggi 32enne, conosciuto dalle autorità elvetiche con quattro nomi diversi. 

Giunto in Svizzera alla soglia della maggiore età, aveva presentato due successive domande d’asilo, entrambe respinte. Nonostante ciò era rimasto in Svizzera, dove aveva interessato una prima volta le autorità penali nel 2007. Allora era stato condannato a due anni di carcere per una lunga serie di furti e per truffa.

Già allora avrebbe dovuto essere rimpatriato ma nel 2010 ha sposato una cittadina svizzera, ottenendo quindi un permesso di soggiorno. Con la moglie svizzera ha avuto una figlia, ma nel 2016 la coppia ha divorziato. Nel frattempo il tunisino aveva continuato a interessare le autorità penali, accumulando le condanne. La più grave è giunta nel 2017, cinque anni di carcere per tentato omicidio.
Mentre si trovava in carcere, le autorità giurassiane hanno revocato il suo permesso di soggiorno e hanno organizzato tutto il necessario per rimpatriarlo una volta scontata la sua condanna.

Ma lui non se n’è stato con le mani in mano. Dapprima, ancora nel 2017, si è sposato in carcere con una cittadina francese. Poi, visto che il matrimonio non aveva fatto cambiare idea alle autorità giurassiane, ha presentato una nuova domanda d’asilo (la sua terza) corroborata da nuovi elementi.

Nella terza domanda d’asilo l’uomo ha raccontato che alla fine del 2014 si era recato in vacanza a Tunisi, per due settimane. In un bar aveva
conosciuto un uomo, con il quale aveva intrattenuto una relazione. Ma mentre i due si trovavano in una camera d’albergo era intervenuta la polizia, secondo quanto raccontato dal tunisino. Gli agenti lo avrebbero quindi insultato a causa della sua omosessualità, poi lungamente interrogato e infine liberato solo grazie a una tangente pagata da sua madre. Egli, sempre secondo il suo racconto, sarebbe quindi subito fuggito dalla Tunisia per il timore di subire ulteriori conseguenze e non vi avrebbe mai più fatto ritorno.

Il racconto non è stato ritenuto credibile dalla Segreteria di Stato per la migrazione (SEM), che nel giro di meno di un mese ha liquidato la domanda d’asilo del tunisino, confermandone il rinvio dalla Svizzera. Ma lui, tramite un’avvocatessa del servizio AsyLex, è riuscito a far annullare la decisione della SEM per un vizio di forma. Di fronte a presunte discriminazioni di genere, la SEM avrebbe infatti dovuto far audizionare il richiedente esclusivamente da funzionari del suo stesso sesso, ciò che non era stato il caso.

Così il Tribunale amministrativo federale ha accolto il ricorso, rinviando il dossier alla SEM. E nel frattempo il tunisino è riuscito a farsi accogliere un altro ricorso, questa volta da parte del Tribunale federale. Alla sua uscita dal carcere, avvenuta lo scorso 10 ottobre, l’uomo era infatti stato posto in detenzione provvisoria in vista del rimpatrio. Lui ha contestato la misura e i giudici del Tribunale federale gli hanno dato in parte ragione, con sentenza pubblicata oggi.

Vista la procedura d’asilo in corso, le autorità giurassiane sono state chiamate a rivedere la loro decisione. Il tunisino, che riceverà 2000 franchi a titolo di indennizzo, potrà esser mantenuto in detenzione provvisoria solo se si stima che il suo rimpatrio possa avvenire in tempi brevi. Altrimenti dovrà essere rimesso in libertà.

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