Sport, 21 dicembre 2020

“Tutto cominciò all’Isolino. Fu un crescendo di passione”

Intervista a Bruna Ravani, che con un gruppo di amici nel 1981 fondò il Pardo Club

LOCARNO - Il prossimo anno il Pardo club compie 40 anni. Una ricorrenza importante, il racconto di una storia di un gruppo di amici e tifosi che hanno portato in giro per la Svizzera un sostegno incondizionato e allegro alla loro squadra. Tanta passione, tanto cuore e, pure, parecchia grinta! Senza risparmiare giuste e a volte pesanti critiche alla società. Ma sempre per il bene del Locarno. Anche ora che le bianche casacche giocano nelle leghe regionali, il tifo organizzato non manca mai di far sentire il proprio appoggio, basti dire che il mese di novembre scorso per la trasferta contro il Leventina si sono mossi in cinquanta. E pensare che la partita si giocava alle 10 di domenica e ad Airolo! Non esattamente dietro l’angolo. Un bel esempio di attaccamento ai colori sociali.

A proposito: ma dove nasce questa passione? Come mai, malgrado la sua rovinosa caduta nel calcio minore, il Locarno suscita ancora tanto entusiasmo? Lo abbiamo chiesto a Bruna Ravani socia fondatrice del Pardo club insieme al generoso e vulcanico Stelio Mondini - che ha pure ripercorso la storia del più allegro e appassionato gremio di tifosi ticinesi, che fra pochi mesi celebrerà, appunto, il suo quarantesimo compleanno.

Signora, iniziamo dagli albori della sua passione: quando nasce?
Dobbiamo risalire ai primi anni Sessanta, quando nella casa nella quale sono cresciuta abitava Olinto Martignoni con la moglie Mary. Olinto è stato per decenni il massaggiatore storico del Locarno e Mary si occupava di lavare i completi di gioco. L’odore che saliva fino alla mia camera era indimenticabile: la canfora usata per i massaggi e il detersivo usato per far tornare immacolata la bianca casacca formavano una fragranza magica. Insomma, la sottoscritta adolescente non poteva non restare ammaliata da cotanta bellezza.

Trovare la strada del Lido è stato un attimo.
Beh, non è che dovessi fare una gran fatica, visto che lo stadio distava in linea d’aria un paio di centinaia di metri da casa mia. Delle primissime partite non ho un ricordo preciso, ma rammento vividamente una trasferta a Carouge per una finale di promozione sempre negli anni Sessanta. Fu un vero viaggio della speranza: calcolate che le strade non erano di certo quelle di oggi e per arrivare a Ginevra ci mettemmo tantissimo tempo. La partita di ritorno fu un dramma sportivo perché incassammo il gol decisivo che promosse i romandi con un tiro da almeno quaranta metri che il nostro Sangalli non riuscì a parare. Di quegli anni ricordo con piacere l’arrivo di veri giocolieri, come Alfredo Yorlano e Remo Pullica, che poi passò al Lugano ottenendo i successi che tutti conosciamo. C’erano poi Volentik, Meschieri: veri galantuomini… 

Poi gli anni Settanta. E con essi ulteriori delusioni.
Certo, ma furono anche anni pieni di bei ricordi e di sfide all’ultimo… calcio in derby combattutissimi. Mi ricordo soprattutto le sfide contro il Gambarogno di Jupp Neuville, il babbo di Oliver, e quelle con il Bodio, il Giubiasco e il Morbio. A quel momento fortunatamente non avevo più bisogno del permesso dei miei genitori per andare in trasferta, perché ero cresciutella. Mio fratello fu così liberato dall’incombenza, cedendola a mio marito. Ma passiamo alle delusioni, ahimé. La più grossa fu quella del 1978, quando ci inclinammo al Baden in un “doppelspiel” che avevamo dominato: a fare la differenza fu un gol fortunoso degli argoviesi nelle fasi finali. Quel giorno migliaia di persone se ne andarono dal Lido deluse, e fra quelle c’ero anch’io. 

Infine: ecco gli anni Ottanta quando nasce il Pardo...
Nacque nel 1981, ma l’idea ci venne già a fine 1980, di ritorno da una trasferta in bus. Abbiamo unito le idee e lanciato il sodalizio: ricordo come oggi la prime riunioni, al Bar Isolino di Rocco Canevascini, storico punto di incontro per i tifosi. Subito Stelio Mondini prese in mano la presidenza, io gli feci da vice. Eravamo pieni di entusiasmo e il destino volle che pochi mesi dopo centrammo finalmente la promozione con una squadra quasi tutta nostrana, con i fratelli Chiappa e Abächerli. Ma si trattò però di un anno tragico.

Per quale motivo?
In quella stagione persero la vita due giocatori: il promettentissimo difensore Sandro Del Ponte morì in un incidente stradale in Valle Maggia e il portiere Alberto Gelsi perì schiacciato sotto un automobile che stava riparando. Sembrava una maledizione, ma il gruppo era talmente unito che riuscì a reagire e salire in Lega Nazionale B al termine di un tiratissimo spareggio contro l’Altstätten giocato nel canton Glarona. 

Nei primi tempi come facevate a guadagnare gli spiccioli per tirare avanti? 
Con lotterie, gadget e tesseramenti. Ad ogni partita poi, a seconda della meteo e della stagione, offrivamo a prezzo modico pasta o minestrone. Il compito di noi donne del comitato era quello di tagliare la verdura e poi lavarla. Per fare ciò ricordo che utilizzavamo le vasche che i giocatori usavano per le scarpe. Insomma igienicamente non era il massimo, ma non mi risulta che ci sia mai stato nessuno che sia stato male per causa nostra. 

Negli anni ruggenti i soldi che avete versato nelle casse del Locarno erano ragguardevoli. 
Si raggiungevano risultati lusinghieri, spesso potevamo permettere al comitato di fare qualche spesa extra per acquistare magari qualche giocatore di richiamo. Ma credo che fu l’entusiasmo della gente a far sì che poi arrivassero da noi veri fenomeni come Kurt Niedermayer o Pauli Schönwetter. Ricordo distintamente cosa disse Pauli una sera: “Ho una missione: portare il Locarno in Lega Nazionale A”. Lo fece due anni dopo il suo arrivo.

Tra l’altro il Locarno quell’anno firmò un’impresa, battendo lo Xamax di Stielike. 
Vincemmo 2-1 alla Maladière, davanti ad un pubblico ammutolito e ad uno Stielike imbufalito. Ricordo perfettamente alla fine di quella partita il presidente dei neocastellani Gilbert Facchinetti che portò negli spogliatoi dei nostri una bottiglia di champagne. Un vero signore e tra l’altro in quel Locarno giocava il figlio Caryl. Forse questo gli rese la sconfitta meno cocente.

Poi arrivò quella notte di fine maggio 1986… 
Battendo il già relegato Le Locle ottenemmo la promozione. Che gioia! Festeggiammo fino alle ore piccole, l’allora sindaco Diego Scacchi decretò la notte libera e non fu certo un acquazzone che si scatenò a rovinarci la festa. Migliaia di persone si riversarono dal Lido al centro, in un ambiente di euforia collettiva incontenibile. Molti piansero di felicità e anche noi del Pardo cedemmo alla commozione. In una serata vendemmo migliaia di magliette e adesivi celebrativi.

Quello fu il culmine, poi il Locarno cominciò a scendere… 
La nostra vera dimensione, lo sapevamo, era la serie cadetta e infatti ci tornammo immediatamente. Non prima però, in quell’annata sfortunata, di avere sfiorato la finale di Coppa Svizzera. Uscimmo sconfitti solo dopo il supplementare contro il fortissimo Young Boys al penultimo atto. Poi giocammo ancora diverse stagioni in Lega Nazionale B spesso li disputammo al vertice, ma l’entusiasmo andò scemando. E ora siamo dove siamo. 

Le dispiace vedere il Locarno giocare nelle leghe minori? 
Mi fa male al cuore, ma non per una questione di orgoglio. Mi ha deluso il fatto che non ci sia stato concesso nulla, come invece è successo ad altre società. Ricominciare dalla Quinta Lega non è un disonore, ma credo sia stato ingiusto, perché sono stati usati due pesi e due misure. Altri hanno potuto iniziare da più in alto ed è questo che infastidisce. 

Questa grinta la mette ancora per tifare al campo?
No, da qualche anno ormai non vado più a vedere le partite. Sono rimasta delusa dalla piega presa dal calcio moderno, dove contano solo i soldi e dove le realtà più piccole e periferiche finiscono con l’essere schiacciate, e questo accade soprattutto in Svizzera. Ma non riesco nemmeno più a guardare il calcio alla televisione: troppe scene, troppe reclamazioni con l’arbitro, si parla troppo in campo. 

Cara Bruna, come non darle ragione?

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