Opinioni, 12 luglio 2020

I pacifisti e gli aerei da combattimento: la storia si ripete perché la gente ha la memoria corta

Già prima della seconda guerra mondiale la sinistra antimilitarista voleva indebolire l’esercito, e solo dopo l’avvento al potere di Hitler cambiò idea, ma ormai era tardi…

Il 27 settembre gli svizzeri dovranno decidere se sono d’accordo che la Confederazione spenda 6 miliardi di franchi per l’acquisto di nuovi caccia da combattimento destinati a proteggere la popolazione in caso di attacco diretto o in caso di tensione nelle vicinanze delle sue frontiere. Se la votazione darà un esito favorevole sarà poi il Consiglio federale a decidere quale sarà il tipo di aereo più adeguato. A opporsi all’ammodernamento delle forze aeree sono in particolare il Gruppo per una Svizzera senza esercito, il PS e i Verdi, che avevano lanciato con successo un referendum contro questa spesa a favore della sicurezza del nostro Paese. Già sei anni fa la sinistra ecologista e antimilitarista era riuscita , con un referendum, a mandare in fumo il previsto acquisto di 22 aerei da combattimento del tipo Gripen. Anche questa volta il “colpaccio” potrebbe riuscirle , perché in periodo di pace e di crisi economica è facile convincere la popolazione a non investire miliardi per la sicurezza e a destinare invece questi soldi alla socialità, alla salute e ai disoccupati. Però sui miliardi che la Svizzera spende per soddisfare le richieste dell’Unione europea, o per la politica dell’asilo, o per fare socialità all’estero, questa stessa sinistra non ha nulla da obiettare e anzi vorrebbe che si spendesse ancor di più, all’insegna del motto “prima gli altri”. E in questi casi, stranamente, il Popolo non ha quasi mai la possibilità di votare … Se poi lo scoppio improvviso di qualche evento bellico in Europa o di una guerra civile negli Stati vicini dovesse mettere in pericolo il nostro Paese, state pur certi che i primi a chiedere a gran voce più protezione allo Stato sarebbero proprio i pacifisti e gli antimilitaristi che hanno contribuito a indebolire l’esercito e le forze aeree, ma a quel momento potrebbe essere troppo tardi per correre ai ripari. Del resto era proprio ciò che era successo negli anni che avevano preceduto lo scoppio della seconda guerra mondiale. La Storia si ripete perché la gente ha la memoria corta.

Per rinfrescare la memoria ripropongo dunque nei prossimi capitoletti un articolo che avevo già scritto sei anni fa , nell’intento di far riflettere i cittadini che si apprestano a votare. In quel testo, che mantiene tutta la sua validità, riassumevo alcune eloquenti pagine del libro intitolato “La Svizzera in guerra : 1933 – 1945” scritto dal giornalista, scrittore e autore televisivo tedesco Werner Rings ed edito in italiano nel 1975 dall’accoppiata Mondadori-Ex Libris. Il libro aveva fatto seguito a una serie di tredici puntate di un programma televisivo trasmesso più volte dalla televisione elvetica a metà degli anni Settanta, e che a titolo di promemoria sarebbe utile riproporre prima della votazione di settembre.
Dopo aver combattuto contro i nazisti come volontario nell’esercito francese fino al crollo della Francia, nel 1942 Rings si rifugiò in Svizzera e si stabilì a Brissago, dove 45 anni fa ebbi occasione di incontrarlo nella sua abitazione e di parlare con lui del mestiere del giornalista. Chi si ricorda ancora che nel 1947- 48 Rings fu a capo dell’Ufficio stampa del Festival del film di Locarno e nel 1949 di quello delle Settimane musicali di Ascona ?

La sinistra antimilitarista di un secolo fa

Nei capitoli iniziali del libro di Rings si ricostruisce l’atmosfera politica e sociale in Svizzera a cavallo fra la fine della prima guerra mondiale e lo scoppio della seconda. C’è un capitolo dedicato alla “sinistra antimilitarista”, in cui si spiega che l’impiego dell’esercito in varie occasioni contro gli operai in sciopero aveva alimentato la diffidenza dei socialisti nei confronti dell’esercito, a tal punto da far ritenere più giustificato che mai il boicottaggio della difesa nazionale. “L’atteggiamento socialista – scrive l’autore – corrispondeva a un pacifismo umanitario che era allora estremamente diffuso (…). Agli occhi dei pacifisti, l’opposizione all’esercito rappresentava un obbligo morale che doveva precedere qualsiasi decisione politica. E questo per la sinistra – finché mantenne questo atteggiamento – fu prima di tutto un problema di coscienza, prima che un principio politico”.

Ma verso gli inizi degli anni ’30 , quando fu chiaro che l’avvento al potere di Hitler in Germania poteva costituire un pericolo anche per la Svizzera, il vento cominciò a cambiare e “fu solo nel 1935 che il partito socialista prese la decisione di accettare, con riserva, il principio della difesa nazionale”. Però a quel momento le forze di difesa elvetiche “ si trovavano in tristi condizioni” perché “negli ultimi anni prima del conflitto nessuno si era dato da fare per fornire all’esercito un armamento idoneo” e la responsabilità di questo stato di cose era da ricercarsi secondo Rings “nel desiderio di pace della popolazione, nella riluttanza del Parlamento e nella crisi economica che aveva imposto altri compiti improrogabili”. Solo a partire dal 1936 si corse ai ripari per rafforzare l’esercito e per potenziare l’aviazione , ad esempio lanciando fra la popolazione un prestito per la difesa nazionale che permise di raccogliere circa 300 milioni di franchi , ma ormai “il tempo a disposizione era scarso, troppo scarso”.

Gli insegnamenti della Storia

L’insegnamento che dovremmo trarre da quegli avvenimenti è che se si vuol essere pronti a difendersi efficacemente in caso di guerra bisogna cominciare a pensarci in tempo di pace . Ma ho l’impressione che degli errori del passato non tutti abbiano fatto tesoro, e che la storia si stia ripetendo. Anche oggi v’è chi , più o meno in buona fede, non ritiene possibile che la Svizzera e l’Europa possano essere coinvolte in una nuova guerra, e che in nome di un pacifismo umanitario o con pretesti di tipo economico vorrebbe eliminare o indebolire l’esercito, ad esempio opponendosi all’ammodernamento dell’aviazione militare. Ma siamo così sicuri di essere al riparo da qualsiasi minaccia bellica ? Chi può garantire che l’Unione europea non si disgregherà a seguito dei problemi di immigrazione, criminalità e crisi economica che stanno facendo riaffiorare i nazionalismi e che sotto la spinta di milioni di giovani disoccupati che non hanno più nulla da perdere potrebbero sfociare in qualche guerra fra Stati o guerre civili dalle conseguenze nefaste per il nostro Paese ? In questo periodo storico è meglio non rischiare di ritrovarsi impreparati, come accadde ai nostri nonni alla vigilia della seconda guerra mondiale .

Il voltafaccia del pacifista Max Weber

Se Max Weber, consigliere federale socialista dal 1951 al 1953, fosse ancora vivo, sarebbe il primo a pensarla così. Al suo emblematico caso Werner Rings ha dedicato un capitolo del suo libro, raccontando il “voltafaccia” di questo politico che alla fine della prima guerra mondiale aderì ai movimenti pacifisti, rifiutandosi di prestare servizio militare e subendo la condanna a una pena detentiva. Ma quando, nel 1933, Hitler assunse il potere , Weber decise che non era più possibile opporsi a un esercito che avrebbe difeso il suo paese contro un’aggressione nazional-socialista, e prendendo la parola davanti al congresso dell’Unione sindacale svizzera, di cui era uno dei dirigenti , ammise che la guerra non poteva essere evitata fintanto che qualche paese si armava per farla, e da lì in poi si impegnò a fare campagna per la difesa nazionale. “Allo scoppio della seconda guerra mondiale – annota Rings – l’ex-obiettore di coscienza chiese al generale di essere ammesso nell’esercito (…) ma la sua richiesta venne respinta”.

Giorgio Ghiringhelli

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