Ticino, 19 aprile 2020

Il "fallimento totale della politica 'diagnostica e isola'" in Ticino

“Il 21 febbraio era il venerdì di carnevale. All’ospedale di Codogno era stato diagnosticato il primo caso di coronavirus in Italia. Mi era bastata questa notizia per farmi dubitare della partenza, l’indomani, per la settimana bianca di carnevale”. Inizia così il racconto del direttore della Clinica Moncucco Christian Camponovo al Caffè ripercorrendo i due mesi dall’inizio dell’emergenza coronavirus in Ticino.

Camponovo ritiene che “la politica del ‘diagnostica e isola’ si è dimostrata un fallimento totale. D’altra parte, il fatto che a Codogno ci fosse un 38enne sportivo intubato ha dimostrato che non si trattava di ‘una normale influenza”.

In Italia i casi aumentavano di giorno in giorno e qui, in Ticino, si continuava a pensare al Rabadan. “I segnali erano
evidenti. Ma le autorità competenti sono rimaste in silenzio. Anche i professionisti del settore della salute non si rendevano conto di cosa ci attendeva”.


Al Caffè Camponovo spiega quali, a suo avviso, sono stati i fattori di ritardo nella reazione politica e sanitaria. “C’era scarsità di materiale diagnostico. I tamponi venivano analizzati solo a Ginevra inizialmente. Probabilmente è questo uno dei motivi principali del ritardo”.

Camponovo non risparmia frecciate all’ufficio del medico cantonale Giorgio Merlani e all’Ufficio della Sanità pubblica: “Non ci stavano aiutando. Non avevano prodotto scenari di crisi fino all’inizio di marzo. A far comprendere il rischio del collasso sanitario nel nostro Cantone siamo stati noi in collaborazione con l’EOC”.

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