Sport, 14 maggio 2019

Onore e rispetto: la banda di Fischer se l’è guadagnati sul ghiaccio

Dalla “piccola Svizzera” alla squadra che in tanti temono: con l’approdo dell’ex head coach del Lugano la visione della nostra Nazionale è cambiata anche all’estero

BRATISLAVA (Slovacchia) – Alzi la mano chi ricorda il gioco e il peso che la Svizzera aveva circa 20 anni fa. Chi si ricorda il valore di una Nazionale che a partire dal 1998 al 2009 era guidata da Ralph Krüger? Chi rimembra il gioco di una squadra che, più che attaccare si difendeva? Chi si ricorda di quella Svizzera che, anche sotto la guida di Simpson, pensava soprattutto a raggiungere i quarti di finale di ogni Mondiale, per poi accontentarsi? Dimenticatela: quella Svizzera non c’è più.

Potrebbe sembrare esagerato asserirlo, ma i dati lo confermano. Questa Svizzera progettata da Patrick Fischer fin dal suo arrivo sulla panchina rossocrociata nel lontano dicembre 2015, non è neanche lontana parente di quella vista in precedenza, sia con Krüger, sia con Simpson che con Hanlon alla transenna. Questa è una Svizzera che, per assurdo, può anche bucare un Mondiale o un’Olimpiade, come successo lo scorso anno, ma che continua imperterrita a giocare il suo hockey. Non fa mai un passo indietro, non si adatta più di tanto al singolo rivale di giornata. No, questa Svizzera ha una sua identità, un suo spartito che segue dal primo all’ultimo minuto.

Un’identità costruita anche fuori dal ghiaccio dallo stesso Fischer, con l’aiuto ovviamente della Federazione, fin dal suo approdo sulla panchina rossocrociata. È stato l’ex head coach del Lugano a scegliere i suoi fidati collaboratori – è anche vero che Hollenstein e Von Arx, i primi suoi vice allenatori, ora non fanno più parte del suo staff tecnico – con la chiara intenzione di dare un senso di appartenenza, un senso di amor proprio, un senso di rossocrociato vero a tutto l’ambiente.

Questo messaggio è stato recepito da tutti, staff, tifosi e giocatori che lottano e hanno finalmente voglia di vestire la maglia elvetica. Certo, qualcuno potrà sottolineare che “è più facile giocare avendo a disposizione i giocatori della NHL”, è vero… ma sono gli stessi NHLers che spesso fanno pressione ai loro club per lasciare gli Stati Uniti, a stagione terminata, per rincorrere una medaglia, un sogno che l’anno scorso ci sfuggì soltanto ai rigori…

Il movimento hockeystico svizzero è cambiato, è migliorato, è diventato sempre più interessante: ogni anno sono sempre di più i rossocrociati che militano in NHL. Timo Meier, per esempio, non può giocare questo Mondiale perché impegnato con i suoi San José Sharks nella finale di Western Conference, e il giovane svizzero è uno dei fari della sua franchigia, stessa cosa dicasi per Nino Niederreiter, Nico Hischier è entrato nella storia per essere diventato il primo svizzero a essere draftato col numero 1… senza parlare dei vari Josi, Weber e Andrighetto.

Tutto ciò si tramuta in onore e rispetto che la Nazionale si è conquistata sul ghiaccio: ora anche le grandi nazionali, Canada, Russia, Svezia e Finlandia, ci temono e ci rispettano. Tutto ciò era impensabile qualche anno fa e l’argento conquistato 12 mesi fa a Copenaghen non è altro che lo specchio di questo mutamento. Se quello conquistato nel 2013 era una vera e propria sorpresa, quello ottenuto in terra danese è semplicemente stato la conferma di questo cambio di mentalità che Patrick Fischer ha saputo portare.

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