Svizzera, 28 marzo 2019

Migranti abusarono di una giovane poi ritrovata morta, condanne fino a 4 anni e mezzo

I fatti risalgono alla sera del 9 marzo 2018. Gaëlle, una giovane vallesana di 27 anni, vaga senza meta in riva al lago a Vevey, nel canton Vaud. Non è in sé, è sotto l'effetto di stupefacenti, alcol e medicamenti. A un giorno punto, verso le 19, incontra due richiedenti l'asilo magrebini con cui comincia a fare conoscenza. Al trio si aggiungeranno altri due, anche loro richiedenti l'asilo nordafricani conoscenti dei primi due. Nonostante che la giovane donna fosse in evidente stato confusionale i quattro abusano di lei per poi lasciarla dove l'hanno incontrata e fare ritorno al centro per richiedenti l'asilo dove alloggiano. Il giorno dopo, sabato mattina, Gaëlle viene trovata morta nel lago. Come ci è finita nelle acque gelate del lemano, gli inquirenti non sono riusciti a stabilirlo e probabilmente non si saprà mai. Si sa solo che la giovane è morta per annegamento.

Martedì si teneva primo giorno del processo a carico dei quattro richiedenti l'asilo, già in carcere preventivo da più di un anno. Secondo quanto riporta "LeMatin" i quattro hanno provato tutto per sfuggire alla loro responsabilità e non hanno mostrato nessun segno di pentimento.

"Gli imputati sanno bene cosa è successo e quali sono stati gli ultimi momenti di Gaëlle. Non è mai rimasta da sola. Ma hanno paura e preferiscono tacere la verità." ha affermato il procuratore
Stephan Johner.

Nella sentenza emessa mercoledì, la Corte distrettuale del Vaud orientale trova un certo numero di incertezze, in parte legate alla morte della vittima e in particolare alle numerose versioni dai quattro magrebini che sono cambiate continuamente. La corte fa notare anche il fatto che l'ex ragazzo di Gaëlle l'abbia lasciata nel pomeriggio ha messo la giovane in uno stato di sconforto, condizione accentuata dal consumo eccessivo di alcol, stupefacenti e antidepressivi. La Corte si è detta certa che la 27enne non era più in grado di intendere e di volere.

"Gli imputati non potevano ignorare lo stato in cui Gaëlle si trovava, non se ne sono curati e l'hanno usata" ha affermato uno dei giudici. La corte ha quindi confermato gli stessi reati del Ministero pubblico: atti sessuali commessi su una persona incapace di discernimento o resistenza; in aggravamento, la violazione dell'integrità sessuale commessa congiuntamente; e per l'uomo ritenuto il "leader" del gruppo, un 29enne algerino, istigazione a atti sessuali commessi contro una persona incapace di discernimento o resistenza. "C'è stata una successione di abusi concertata" afferma la corte, motivando la sentenza "anche se è verosimile che la vittima abbia cercato un avvicinamento fisico, non significa che lei stesse acconsentendo. Niente vi permetteva di fare ciò che avete fatto."

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