Mondo, 17 gennaio 2019

Brexit: Theresa May rimane premier, uscita senza accordo con l'UE più vicina

All'indomani della cocente sconfitta sul suo accordo con l'UE Theresa May ha superato la mozione di  sfiducia presentata ieri dal leader del Partito laburista britannico Jeremy Corbyn.

La mozione è stata bocciata con 325 no e 306 sì. Dopo aver incassato la fiducia, la premier si è detta pronta a lavorare con tutti per far uscire la Gran Bretagna dall'Unione europea.

Già il prossimo lunedì, la premier si presenterà al parlamento britannico con una nuova ipotesi di accordo sulla Brexit. "Questa Camera - ha detto May - ha ancora la fiducia del popolo britannico, sono felice che la Camera abbia espresso la sua fiducia. Continueremo a lavorare per realizzare il risultato espresso nel referendum e lasciare l'Unione europea".

Per questo motivo, la premier ha annunciato "una serie di meeting tra governo e parlamentari". Incontri messi però in dubbio da Corbyn che, come riporta l'agenzia AdnKronos, ha detto che non collaborerà con la premier "se non rimuoverà chiaramente ed una volta per tutte" l'opzione di una Brexit "senza accordo".

Ma di fatto la quasi contemporanea bocciatura dell'accordo della premier e il rinnovo della fiducia da parte del parlamento aumentano le possibilità di un'uscita senza accordo del Regno unito da Bruxelles.

Il motivo è la frammentazione del parlamento che difficilmente riuscirà, da oggi al 29 marzo, a trovare una maggioranza per una soluzione diversa, oltre che l'indisponibilità da parte dell'UE di rinegozionare l'accordo discusso finora.

Da una parte vi sono i laburisti divisi tra coloro che di Brexit nemmeno vogliono saperne e quelli invece favorevoli a un'intesa con Bruxelles e i conservatori spaccati fra chi persegue una "soft" Brexit, un'uscita parziale dall'unione o comunque con un accordo con Bruxelles sulla falsariga dell'accordo negozionato da May (i 202 che hanno appoggiato May martedì erano soprattutto questi) e quelli che vogliono una Brexit "hard", un'uscita da tutte le istituzioni delle UE e che non disdegnano l'ipotesi di un "no deal", senza quindi nessun accordo con Bruxelles.
E per ora, stando così le cose, ad averla vinta sarebbero quest'ultimi in quanto la situazione attuale vede la Gran Bretagna fuori dall'UE il 29 marzo prossimo, con o senza accordo.

Che tutto possa cambiare è sempre possibile, ma per trovare una maggioranza favorevole ad un'accordo con l'UE May avrebbe bisogno dei voti di almeno una parte dei laburisti, ipotesi difficile dal momento che il loro leader Corbyn dovrebbe scendere dal suo piedistallo da cui continua a imporre condizioni, l'ultima in ordine di tempo quella che il governo deve escludere un'uscita senza accordo prima che lui sia disposto a negoziare.

Ipotesi difficile perchè Corbyn non può veramente scendere a patti con la premier senza dover far fronte alla feroce opposizione di quella minoranza di laburisti, sia nel parlamento che fuori, che continua a sognare di poter in qualche modo fermare il processo che porterà il Regno Unito ad essere nuovamente una nazione sovrana.

Una minoranza ma estremamente vocale e determinata che può fare affidamento a cospicui finanziamenti e appoggi, sia nel mondo dei media e della politica e che oltretutto è concentrata nella capitale Londra. Da diversi mesi è infatti in corso una campagna denominata "People's vote" ("il voto del popolo") il cui obiettivo è quello di rovesciare l'esito del referendum del 2016 con un nuovo referendum i cui sostenitori si dicono convinti darebbe un risultato diverso di quello precedente.

Campagna incentrata intorno al già premier Tony Blair e che, come detto, può contare su cospicui finanziamenti e una notevole copertura mediatica. Campagna che però, paradossalmente, rischia di danneggiare più Corbyn (ed è anche possibile che il vero obiettivo di chi sta dietro a questa manovra sia proprio sabotare l'attuale leader laburista, da sempre ritenuto troppo di sinistra per molti esponenti del partito) e i suoi tentativi di mantenere qualche legame con l'UE che la Brexit stessa.

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