Una difficoltà in classe deve per forza diventare una diagnosi per ottenere un aiuto? È il nodo sollevato da Aron Piezzi in un’interrogazione al Consiglio di Stato sulla crescente medicalizzazione della scuola ticinese. L’atto, datato 7 ottobre, è cofirmato dai deputati PLR Paolo Ortelli, Tiziano Zanetti, Diana Tenconi e Alessandro Speziali.
Piezzi riconosce il valore delle diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento, ADHD, autismo e altre condizioni quando servono a individuare i bisogni degli allievi. Contesta però il rischio che la certificazione clinica diventi la porta d’ingresso obbligata per accedere al sostegno scolastico.
Il meccanismo descritto è concreto: se ottenere risorse e adattamenti risulta più facile con una certificazione, scuole e famiglie potrebbero essere spinte a cercarla. Anche quando le difficoltà richiederebbero anzitutto una risposta educativa, un cambiamento didattico o un intervento sulle dinamiche della classe.
Nell’interrogazione vengono elencati diversi rischi: delegare ai professionisti sanitari problemi educativi, indebolire il ruolo del docente, appesantire la scuola con burocrazia e moltiplicare figure professionali e costi. Piezzi teme inoltre che disagi legati al contesto familiare o sociale, all’abuso di tecnologie o alla mancanza di sonno vengano interpretati come disturbi strutturali. Sono interrogativi e rischi indicati dai firmatari, non conclusioni dimostrate da dati allegati all’atto.
Proprio i numeri sono al centro delle richieste al Governo: come sono evolute le diagnosi nelle scuole ticinesi negli ultimi dieci anni? Quale rapporto esiste con le risorse finanziarie e i sostegni erogati? E soprattutto, quali aiuti possono già essere attivati sulla base dell’osservazione del docente, senza una certificazione medica?
Piezzi ricorda che il DECS ha ribadito come una diagnosi non comporti automaticamente una misura specifica. Ora chiede come questo principio venga applicato nei diversi ordini scolastici e quali strumenti ricevano gli insegnanti per intervenire prima del ricorso agli specialisti. La questione posta al Consiglio di Stato è precisa: il sostegno parte dal bisogno dell’allievo oppure dalla disponibilità di un certificato?









