Svizzera, 29 settembre 2026

Dopo il no all'iniziativa sulla neutralità ci aspetta un'accelerazione dell'avvicinamento alla NATO?

Dopo la netta sconfitta dell'iniziativa di "Pro Suisse" sulla neutralità, il 27 settembre, la Svizzera si avvicinerà in modo accelerato all'Alleanza del Trattato del Nord Atlantico (NATO)? Da tempo diverse voci mettono in guardia contro questa possibilità. Il Blick ha quindi interpellato diverse personalità della diplomazia e dell'esercito per sondare quanto questo rischio, o opportunità a dipendenza dai punti di vista sia reale. Fra questi, l'ex ambasciatore Georges Martin, che in un'intervista aveva lanciato un avvertimento in merito, ricordando che il 56% degli intervistati in Svizzera sarebbe favorevole a un avvicinamento all'Alleanza.

Per Jean-Daniel Ruch, ex ambasciatore svizzero e fondatore del Centro di Ginevra per la neutralità, questo rapido avvicinamento «è un dato di fatto». Egli cita il documento del Dipartimento federale della difesa (DDPS) pubblicato il 18 settembre. «La strategia di politica di sicurezza 2026 punta dritta verso la NATO», sintetizza l'ex diplomatico e alto funzionario federale. Tra le misure relative alla capacità di difesa, Ruch menziona la «partecipazione di soldati svizzeri, in qualità di partner, alle cosiddette esercitazioni dell'Articolo 5». «In altre parole, stiamo preparando i nostri soldati a combattere al fianco della NATO contro i russi», è la sua interpretazione.

Cita inoltre il progetto di «distaccare più personale presso i centri di competenza della NATO», il che, a suo avviso, equivale a un'«integrazione operativa, senza nemmeno la necessità di firmare il Trattato della NATO». Di fatto, il Consiglio federale presenta questa evoluzione come una cooperazione rafforzata, ritenendo che essa rimanga al di sotto della soglia dell'adesione e resti compatibile con la neutralità. Da osservatori a partecipanti a pieno titolo

La sensazione che la Svizzera si stia rapidamente avvicinando alla NATO è condivisa da Pierre-Henri Heizmann, vicepresidente della Società militare di Ginevra: «Forse l'avvicinamento non è "accelerato", ma è comunque sostenuto. Si nota regolarmente che le nostre forze armate sono sempre più coinvolte in esercitazioni. Da semplici osservatori, stiamo diventando partecipanti a pieno titolo».

Heizmann cita l'esempio della partecipazione di ufficiali svizzeri alle esercitazioni di guerra cibernetica svoltesi in Estonia e Lettonia. «Le nostre truppe incaricate di queste missioni sono state coinvolte. A mio avviso, la cosa è un po' problematica. Molti miei colleghi ufficiali sono molto favorevoli, poiché vi vedono una fonte di informazioni e un modo per accrescere la propria operatività; tuttavia, rispetto alla nostra neutralità, ciò pone un problema reale».

Il vicepresidente della Società militare di Ginevra osserva che i corsi di formazione seguiti dagli ufficiali dell'esercito svizzero recano sempre più spesso il marchio della NATO. «Seguono sempre più corsi accreditati dalla NATO e ottengono certificati di vario tipo per diverse competenze rilasciati dall'organizzazione».

Rileva inoltre una differenza di atteggiamento generazionale nei confronti della NATO: «Gli ufficiali della vecchia generazione, ormai in congedo come me, sono talvolta scettici, per non dire altro, riguardo a questo avvicinamento; tra i giovani, invece, alcuni sono consapevoli di questa deriva, mentre altri stanno pienamente al gioco, anche solo per motivi di avanzamento nella gerarchia militare».



Un punto di vista completamente diverso è quello sostenuto dal colonnello EMG Alexandre Vautravers, caporedattore della «Revue militaire suisse» (RMS). Egli conferma che dal 2021-2022, e non è un segreto, esiste chiaramente la volontà di una maggiore cooperazione con la NATO, una cooperazione che si sta intensificando. «La cooperazione è diventata una necessità. Il riarmo globale, l'aumento del numero e della frequenza dei conflitti, nonché la guerra in Ucraina del 2022, hanno accelerato gli sforzi della Svizzera in termini di interoperabilità e cooperazione con i paesi vicini».

Secondo l'esperto militare, la domanda è: «Come proteggere la popolazione e il territorio svizzeri con lo 0,8% del PIL e 100.000 militari, cifre rispettivamente tre e sei volte inferiori rispetto agli anni '80?». L'obiettivo, ricorda, è portare il budget all'1% entro il 2035. «Tuttavia, si tratta di una cifra ancora bassa rispetto ai nostri vicini, che attualmente superano il 2% e puntano al 5% per il 2035».

Stando alle sue parole, la carenza di fondi per la difesa spinge la Svizzera, in un certo senso, verso una cooperazione più stretta con la NATO. In caso di attacco, la Svizzera non sarebbe in grado di difendersi da sola. Di conseguenza, «la vera questione oggi, secondo Vautravers, è come colmare le lacune accumulatesi dagli anni '80 per ricostruire reali capacità di difesa. Ciò può avvenire attraverso l'imitazione o la cooperazione. Si tratta di capire fin dove vogliamo spingerci».

Fino all'adesione alla NATO? «Non è all'ordine del giorno», risponde il caporedattore della RMS. «E non è affatto scontato. Serve una richiesta di adesione, che deve essere accettata dai 32 paesi membri. Non è quindi una decisione che spetta solo alla Svizzera. Alcuni contributori, come gli USA o la Polonia, che oggi destinano alla difesa oltre il 3,5% del proprio PIL, potrebbero obiettare: perché accettare un paese che apporta ben poco alla sicurezza dell'Alleanza, un mero fruitore di sicurezza che rifiuta di contribuire nella stessa misura dei suoi partner?»

Secondo Vautravers, deve prevalere il realismo. «L'interoperabilità dell'esercito svizzero con quello dei paesi vicini è una necessità e un punto di forza. Ci offre delle opzioni. Ricordiamo che nel 1939 la strategia iniziale del generale Guisan non era il Ridotto nazionale, bensì la cooperazione militare. Solo dopo l'armistizio del giugno 1940 si rese necessario ripiegare sulla difesa autonoma, in mancanza di altre opzioni strategiche», osserva l'esperto militare, che è anche storico.

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