Mercoledì scorso il Consiglio degli Stati si è espresso a favore di un referendum obbligatorio sul pacchetto di accordi con l'Unione europea. Affinché prevalga il «sì», saranno quindi necessari non solo il consenso del popolo, ma anche quello della maggioranza Cantoni.
Questa decisione ha indubbiamente colto di sorpresa parte degli ambienti economici. Infatti, quando in una votazione popolare è richiesta anche la maggioranza dei Cantoni, la campagna diventa più impegnativa: servono maggiore mobilitazione, maggiore impegno e maggiori risorse finanziarie. Ma quanto è difficile da superare questo ostacolo?
Economiesuisse ha commissionato uno studio in merito a Sotomo, l'istituto diretto dal politologo Michael Hermann, con l'obiettivo di determinare quale percentuale di consensi dovrebbe raggiungere il pacchetto di accordi per ottenere anche la maggioranza dei Cantoni. Il documento, datato settembre 2026, è intitolato «Analisi della maggioranza dei Cantoni relativa agli Accordi bilaterali III».
Il risultato rischia di far discutere negli ambienti favorevoli a un riavvicinamento all'UE. Secondo gli autori dello studio, occorrerebbe che il 59% degli elettori votasse «sì» affinché venisse raggiunta anche la maggioranza dei Cantoni. Non si tratta né di un sondaggio né di una previsione, bensì di un'estrapolazione statistica.
Per un progetto così controverso sul piano politico, una maggioranza popolare così netta rappresenta un ostacolo considerevole. Se anche il Consiglio nazionale dovesse esprimersi a favore del referendum obbligatorio nel mese di dicembre, le possibilità di successo degli «Accordi bilaterali III» potrebbero ridursi notevolmente. Molti osservatori ritengono possibile una maggioranza popolare a favore del pacchetto, ma un «sì» vicino al 60% in una votazione così importante è molto più difficile. Tanto più che la campagna condotta dall’UDC e da una parte del centro borghese contro quello che definiscono il «trattato di sottomissione» dovrebbe essere solo l’inizio.
Per giungere a questo risultato, Hermann e il suo team hanno analizzato le principali votazioni svizzere sull’UE a partire dal rifiuto dello SEE nel 1992. Hanno preso in considerazione, in particolare, l’iniziativa dell’UDC contro l’immigrazione di massa del 2014, l’estensione della libera circolazione delle persone del 2005, l’iniziativa per la limitazione dell’UDC del 2020 e persino il voto dello scorso giugno sull’«iniziativa per la sostenibilità», che mirava a impedire una Svizzera da 10 milioni di abitanti.
Partendo da questi esempi, i ricercatori hanno studiato il legame tra i risultati cantonali e la percentuale di «sì» a livello nazionale. Le votazioni sugli accordi bilaterali I e II, invece, erano soggette soltanto al referendum facoltativo. Emerge tuttavia un elemento: se la maggioranza dei Cantoni fosse stata richiesta durante il voto sugli accordi bilaterali II nel 2004, la Svizzera non avrebbe potuto aderire a Schengen/Dublino. Per il momento, Economiesuisse mantiene riservato questo studio; solo i membri del comitato direttivo e della direzione ne hanno ricevuto una copia.
Queste conclusioni alimentano due interpretazioni politiche del dibattito sull’Europa. La prima è che coloro che invocano la maggioranza dei Cantoni starebbero creando consapevolmente un ulteriore ostacolo al pacchetto di accordi, al fine di complicarne l’adozione senza dichiararlo apertamente. Questa critica è rivolta in particolare agli esponenti del Centro e del PLR, i quali sostengono ufficialmente il progetto europeo del ministro degli Esteri Ignazio Cassis, pur insistendo sulla necessità della maggioranza dei Cantoni, forse anche in vista delle elezioni del prossimo anno. L’altra interpretazione è di segno opposto, ossia che gli oppositori della clausola della maggioranza dei Cantoni non difenderebbero tanto una posizione istituzionale, quanto piuttosto cercherebbero di mantenere l’ostacolo il più basso possibile per gli «Accordi bilaterali III». Detto altrimenti, si tratterebbe di un pragmatismo dettato dal timore del verdetto delle urne.
Gli ambienti favorevoli agli accordi contestano naturalmente questa lettura. Alcuni, tuttavia, adottano un approccio tattico in funzione dell’obiettivo politico. La consigliera nazionale del Centro Elisabeth Schneider-Schneiter, esperta di questioni europee, ritiene ad esempio, sulla base dell’analisi di Economiesuisse, che un «sì» alla maggioranza dei Cantoni equivarrebbe a un «no» agli accordi. «La maggioranza dei Cantoni rappresenta il colpo di grazia per gli Accordi bilaterali III», ha dichiarato Schneider-Schneiter al Blick.
Per il momento, si è espressa solo la Camera alta e il Consiglio nazionale esaminerà la questione a dicembre. Nel frattempo, il dibattito è destinato a rimanere acceso. Heike Scholten, responsabile della campagna presso Economiesuisse, ne è consapevole. È stata lei a commissionare lo studio all’istituto Sotomo, affinché servisse da base per il lavoro dell’organizzazione mantello. «La maggioranza dei Cantoni è una questione istituzionale», spiega. «Ma dobbiamo conoscere la situazione di partenza per poter condurre la nostra campagna in modo mirato». L’ultima parola spetterà comunque al popolo.









