Sport, 10 marzo 2022

“La futura casa del basket? Chiamiamola Palacedro...”

Alessandro Cedraschi, presidentissimo dei Tigers Lugano, a tutto campo

LUGANO - Alessandro Cedraschi, grande protagonista del boom del basket dei tempi che furono, da ben 56 anni è al servizio della pallacanestro: 40 come giocatore (partendo dalla Fides, dal 1965, sino ad arrivare alla Federale) ed allenatore in tutte le categorie comprese quelle femminili e 16 come presidente dei Lugano Tigers, non sempre tranquilli. Come dire che il basket il buon Cedro l’ha vissuto a tempo pieno, a volte anteponendolo alla sua attività professionale (assicuratore), alla sua vita politica (sindaco di Origlio e granconsigliere) ed alla sua famiglia.


Il presidente bianconero è sempre stato un lottatore, uno che non molla mai: anche adesso che deve ingoiare non pochi rospi con il suo giovanissimo Lugano, ancorato da tempo nei bassifondi della classifica del massimo campionato. Abituato per molte stagioni a vincere ora deve mangiare la polvere, come si suol dire in gergo, “anche se la cosa non mi dà fastidio più di tanto visto che abbiamo iniziato un progetto di valorizzazione dei ragazzi del nostro vivaio. Dobbiamo avere pazienza ed accettare le sconfitte; l’ importante è che i nostra ragazzi riescano a maturare e a capire cosa devono fare per arrivare poi a compiere il salto di qualità”.


È chiaro che, quando le cose vanno bene, tutti sono pronti a saltare sul carro. Al contrario, se perdi tutti scappano. In questi ultimi tempi lei è spesso rimasto solo a condurre la nave bianconera. Non prova un senso di frustrazione?
Sono cose di cui devi tenere conto, specialmente quando inizi un nuovo progetto, che si basa sulla rifondazione della prima squadra. In queste situazioni bisogna saper essere dei camaleonti e adattarsi. Eravamo consapevoli che avremmo dovuto pagare lo scotto sul piano dei risultati, disponendo di una squadra composta da giovani. Dopo anni di gloria, è dunque partito un nuovo ciclo, ci vuole tempo per permettere ai giovani di amalgamarsi e fare esperienza.


In questi casi bisogna essere realisti.
Dobbiamo ricostruire con grande attenzione facendo un passo alla volta ed accettare, come detto prima, anche tante sconfitte. Una dinamica, questa, che si nota in tutto lo sport in generale. 



Come mai negli ultimi anni non siete riusciti a trovare delle aziende che potessero sostenervi dopo la partenza di Riccardo Braglia?
Lui ci ha sempre sostenuto, anche quando ha deciso di non continuare ufficialmente il rapporto con il nostro club. In pochi anni non è facile trovare nuove vie... commerciali.


Lugano è tuttavia una città alla quale non mancano le aziende per finanziare una società.
Purtroppo in questi anni è scemato gradualmente l’interesse verso di noi. Questo fenomeno colpisce un po' tutto lo sport ticinese: chi sponsorizza vuolesempre qualcosa in cambio. In pratica per avviare queste unioni occorre saper “vendere” bene il proprio prodotto. Per farlo occorrono delle persone competenti in grado di attrarre le ditte e sensibilizzarle al punto giusto. Se poi hai la fortuna di avere come presidenti dei grandi imprenditori come lo è per esempio la famiglia Mantegazza nell’HCL, allora tutto diventa più facile.


Voi comunque non mollate.
Non è facile, lo confesso. Tuttavia in questo nuovo progetto che abbiamo studiato, stiamo cercando di portare dalla nostra parte personaggi importanti capaci di catalizzare l’attenzione di tutti. Fino a 5-6 anni fa non avevamo problemi perché c’era Braglia.


Forse vi siete cullati troppo sugli allori.
Se siamo andati avanti fino ad ora significa comunque che qualcosa di buono abbiamo fatto. Abbiamo preparato le basi per inserire gradualmente i giovani del nostro vivaio, che è il migliore della Svizzera. Il nostro club è ben organizzato, certo ci mancano come detto quelle persone che possano dare un tangibile contributo per agguantare potenziali sponsor. Comunque i primi risultati si cominciano a vedere, anche se levittorie sono poche. Bisogna lavorare ed avere pazienza. In attesa naturalmente del nuovo palazzetto dello sport, che finalmente si costruirà. Ci sono dei tasselli che mancano, è vero, e senza quelli si prosegue a stento.


Avere una squadra fatta in casa: è un motivo di orgoglio per voi.
Assolutamente, stiamo valorizzando i giovani e la gente che viene a vedere le nostre partite è soddisfatta e ci dice di continuare su questa squadra.


I talenti crescono e qualche soddisfazione comunque ve la siete tolta, espugnando per esempio il campo dei Ginevra Lions.
La dimostrazione che siamo sulla strada giusta. Per questo abbiamo rinunciato ad un quarto straniero, proprio perché intendiamo proseguire quella valorizzazione dei nostri ragazzi iniziata anni fa. Il clima in squadra è bello e c’è un’ottima camerateria. Anche i tre stranieri, che fanno il loro dovere, si sono ambientati molto bene ed aiutano i ragazzi a crescere. Non sono dei fenomeni ma si sono perfettamente integrati e sono complementari, il loro apporto è soddisfacente.


Finalmente, come si diceva prima, fra qualche anno arriverà anche la casa del basket, anche se nettamente in ritardo rispetto alle previsioni.
Meglio tardi che mai. Siamo evidentemente contenti perché con questo nuovo impianto possiamo essere finalmente attrattivi sul piano logistico. L’ho desiderato tanto, al punto che lo chiamerei “Palacedro” (ride, ndr). Dopo 16 anni di presidenza, credo sia arrivato il momento di abbracciare questa struttura.


Presidente, cambiamo argomento: perché il Friborgo da una vita è sempre ai vertici del basket svizzero?
Semplicemente perché sa circondarsi delle persone giuste per la sua organizzazione. Persone molte delle quali sono ex giocatori o ex dirigenti, che conoscono oltretutto molto bene la piazza commerciale friborghese, zeppa di aziende e non solo di banche. Noi stiamo lavorando per allestire come detto un comitato giovane e competente.


Va bene, però lei più volte in passato aveva annunciato il suo ritiro, che però non è mai avvenuto.
Perché non avevo trovato un degno sostituto.


Al passato ogni tanto ci pensa?
Eccome, specialmente quando ero giovane. Mi ricordo che tutto cominciò nella Fides, anche se per entrare dovetti faticare perché c’erano dei componenti del gruppo che non mi volevano.


Una carriera poi esplosa quando arrivò nella Federale.
E senza aiuti, perché fu il sottoscritto a proporsi per giocare in quella squadra. Dopo alcuni provini l’allenatore Lamanna mi volle a tutti i costi.


Con il passare degli anni lei non si è più fermato, giocando poi in altre squadre e allenato in tutte le categorie. Il basket insomma è la sua vita.
Esattamente, una passione grandissima e me ne vanto pure, visto che ancora oggi c’è gente che parla troppo non avendo fatto nemmeno la metà della mia esperienza. Non mi fermo perché ho ancora tanto entusiasmo da vendere, anche la stanchezza si fa spesso sentire.

GIANNI MARCHETTI

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