Sport, 05 ottobre 2021

Beat Ernst, una vita intera al servizio dello sport

Da ben 56 anni affiliato alla SAL Lugano. “Per me una grande esperienza"

LUGANO - Beat Ernst (77 anni) non si è fatto mancare nulla per tenere “agitata” la sua vita sportiva. Una carriera dedicata soprattutto all’atletica leggera; una fedeltà alla sua società del cuore (SAL Lugano) che dura ormai da ben 56 anni. Atleta esemplare, Beat, molto dotato, tanto da brillare subito di luce viva nei 100, 200 e 400 sin dal 1965, cioè da quando è giunto nel nostro Cantone. Il suo soggiorno avrebbe dovuto essere di sei mesi, ma alla fine è rimasto affascinato dalla grande umanità dei dirigenti luganesi e dalla bellezza della regione.


Proveniente da Berna, Beat Ernst, una volta terminato il suo apprendistato come meccanico di precisione nel settore degli orologi, è stato accolto a braccia aperte dall’indimenticato presidente Armando Libotte (pioniere del giornalismo ticinese), che gli ha pure trovato un’importante sistemazione professionale. Beat ha ricambiato la fiducia distinguendosi sul piano sportivo nei 100, 200, nei 400 e nella stafette 4x100 e 4 x 400. La sua bravura non è passata inosservata ai dirigenti federali che lo hanno convocato per ben undici volte la maglia della nazionale rossocrociata.


Beat è stato anche un esempio di dedizione, sempre lì a trascinare un club che ha sfornato anche altri grandi talenti (come Roberto Schneider, campione dei 110 ostacoli). In pratica non ha mai attaccato le scarpette al chiodo: ha continuato a gareggiare, partecipando anche alle gare di mezzofondo e al salto in lungo. Tanto per “condire” la torta eccolo protagonista anche nell’hockey su ghiaccio dove è diventato preparatore del settore giovanile del Lugano e della prima squadra dell’Ambrì Piotta ai tempi di Brian Lefley quando i vari Peter e Pauli Jaks, Brian Daccord, Brenno Celio e Luigi Riva ed i russi Leonov e Malkov sono arrivati ad un passo dalla finale-scudetto, eliminati dal grande Friborgo degli assi russi Bykov e Khomutov.


Ora Beat è apprezzatissimo allenatore dei giovani emergenti della SAL e li dirige con passione e competenza . Lo abbiamo incontrato sabato scorso (erano le 8 del mattino!) allo stadio di Cornaredo mentre allenava Evelyne Dietschi, una delle atlete di spicco in campo nazionale nelle medie distanze e nelle prove di cross.


Beat Ernst ci ricorda comunque che il suo primo sport in assoluto non è stata l’atletica bensì la lotta svizzera.
Quando andavo a scuola mi piaceva un sacco e mi divertivo pure. Era uno sport particolare ma affascinante, confesso che me la cavavo bene. Tuttavia con il passare del tempo il mio fisico esile ben presto mi ha fatto capire che dovevo cercare altrove per soddisfare la mia fame di sport. Poi mi sono anche appassionato di ciclismo, altro sport di grandi emozioni.


Dimenticata la lotta, una volta arrivato in Ticino, si è avvicinato all’atletica leggera.
Ha subito fatto presa, sin dai primi allenamenti sotto la guida di colui che poi è diventato il mio mentore, ossia Victor Probst.


Cosa aveva di così speciale Victor?
Sapeva capire al volo certe dinamiche della preparazione. Grazie a lui ho saputo perfezionare le prove di velocità, in particolare i 100 metri. Poi ha visto che avevo una bella resistenza ed allora mi ha fatto provare il giro di pista, con riscontri cronometrici ragguardevoli. Sempre calmo e riflessivo, Probst è stato esigente perché ha capito che da me poteva raggiungere certi obbiettivi. Da lui ho imparato tanto, per me una vera lezione di vita. Se sono arrivato in Nazionale è grazie a lui.


Come detto prima, lei aveva previsto di restare in Ticino sei mesi, ma il nostro cantone e la SAL le sono entrati subito nel cuore.
Assolutamente, anche perché Armando Libotte mi ha aiutato moltissimo, trovandomi un importante posto di lavoro come meccanico di precisione nel settore orologiaio. Da quel momento ho deciso di restare.


L’incontro con Libotte e Probst sono stati la vera svolta della sua carriera sportiva.
Due personaggi che hanno lasciato il segno, vista la loro grande carica umana. Con Victor poi l’intesa è stata subito eccellente, anche sul piano linguistico, venendo entrambi dal canton Berna. La sua meticolosità negli allenamenti era totale, quasi maniacale, tanto da capire che sarei stato protagonista anche nel giro di pista e nella staffetta 4x400.


Lugano le ha portato fortuna visto che appunto non hanno tardato ad arrivare.
Gli stimoli sono stati tantissimi, l’ambiente era davvero unico, cordiale, puro con tutti gli altri compagni. Nel 1968 è arrivata la prima convocazione nella Nazionale per una gara della 4x100. Ho provato una gioia immensa.


Essere in Nazionale a quei tempi era un privilegio che pochi potevano godere.
Allora si viveva di puro dilettantismo, si lavorava 8-9 ore al giorno e i pochi campi di allenamento li facevamo sfruttando le nostre vacanze. La Nazionale mi ha quindi permesso di viaggiare molto; ho potuto conoscere tanti paesi e dal 1968 al 1973 ho potuto conoscere grandi campioni e vivere esperienze indimenticabili. Ho poi proseguito la mia carriera allenandomi sempre molto con la SAL, passando anche agli 800 e ai 1500, nonché alle gare di cross.


Ai suoi tempi il materiale a disposizione degli atleti era meno sofisticato.
È, vero, allora la scelta era inferiore rispetto ai tempi cosiddetti moderni. Oggi il materiale abbonda, c’è solo l’imbarazzo della scelta, inoltre le le superfici delle varie piste sono eccezionali. Tutto contribuisce a migliorare certe prestazioni.


Con il trascorrere degli anni ha cambiato i suoi obiettivi, ottenendo poi il brevetto di Gioventù&Sport per poter diventare allenatore.
Un diploma riservato agli atleti che hanno vestito la maglia della nazionale almeno a due riprese.


Quanti presidenti ha visto passare nella SAL… 
Almeno sei-sette, tutti grandi dirigenti che hanno dato lustro a questa società, fra questi non dimentico appunto Armando Libotte, Felice Meregalli, Elio Borradori (papà del compianto sindaco Marco), Roberto Schneider, tanto per fare alcuni nomi.


Poi l’hockey su ghiaccio: preparatore dell’HCL nel settore giovanile e nell’HCAP anche e soprattutto in prima squadra.
A quei tempi mio figlio Filippo ha giocato nel club bianconero negli élites ed in quello leventinese, io l’ho seguito, vivendo di persona anche la realtà del mondo hockeistico. Una grande esperienza, specie con l’Ambrì di Brian Lefley, con il quale abbiamo fallito la finale di un soffio. Quanto correvano gli atleti durante la preparazione estiva! Veri campioni nelle prove di forza.


Tornando all’atletica: cosa si prova a vedere all’opera i propri pupilli?
Vederli correre con entusiasmo mi ha fatto e mi fa provare tuttora una grande gioia. A loro cerco di trasmettere tutta la mia esperienza per evitare che commettano certi errori. I tempi però sono cambiati e l’interesse dei ragazzi è rivolto anche verso altri sport, non sempre è facile entrare nella loro mentalità. L’atletica è un mondo particolare.


Proviamo a fare qualche nome di talenti da lei forgiati?
Sicuramente il più forte è stato Alessandro Schiavone che ho portato nel 2008 ad un campionato del mondo negli 800, inoltre attualmente c’è Evelyne Dietschi che ha disputato diversi campionati europei nei 5000 ed ha partecipato a numerose gare di cross, partecipandopureadelle Universiadi. Lei ha vinto diversi titoli nazionali. Non dimentico naturalmente le sorelle Claudia e Silvia Mattiello.


Per concludere parliamo di Ajla Del Ponte e Ricky Petrucciani, i nostri atleti più rappresentativi.
Ajla deve ancora lavorare ma già ora è un fenomeno visto che ormai è stabilmente entrata tra le migliori otto del mondo, in pratica è l’atleta bianca più veloce a livello internazionale. Anche Petrucciani è forte. Ha le carte in regolare per diventare protagonista.


Infine: ha qualcosa di cui rammaricarsi dopo tanti anni di carriera?
Avrei voluto avere le infrastrutture ed il materiale di oggi. Comunque sono contento delle mie undici maglie svizzere, dei vari campionati nazionali cui ho partecipato e dei 16 meeting internazionali disputati in giro per l’Europa.

GIANNI MARCHETTI

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