Sport, 07 settembre 2021

“Nella Costa d’Avorio fra basket e miseria”

Faccia a faccia con il nuovo tecnico dei Lugano Tigers Milutin Nikolic

LUGANO - Milutin Nikolic è un autentico globetrotter del basket. Difficile conoscerne uno come lui, un personaggio che nel basket ha scritto storie indimenticabili ed ha vissuto una miriade di esperienze che lo hanno naturalmente segnato. Da una vita abita nel nostro paese nel quale – proveniente dalla Croazia sua terra natia – si è perfettamente integrato, guadagnandosi il rispetto di giocatori, dirigenti e tifosi. Un tecnico umile, che non ha mai fatto proclami, che ha sempre lavorato in silenzio ottenendo le sue maggiori soddisfazioni con i giovani. Sono tanti i ragazzi che a Friborgo e a Lugano (Dusan Mladjan in primis) e in parte a Massagno lo devono ringraziare per quanto ha fatto per loro. Il presidente dei Lugano Tigers, Alessandro Cedraschi lo ha scelto proprio per questo motivo: per iniziare un nuovo percorso di crescita con i giovani. I Tigers – partiti gli ultimi“senatori” (tranne Stevanovic e Bracelli) ora devono fare affidamento solo sul vivaio, più Roberts (un lungo proveniente dalla Croazia) e Murphy (ex Ginevra) che, per il momento completano la rosa.


Dicevamo di Nikolic: lo abbiamo incontrato prima di un allenamento per sapere qualcosa in più sulla sua vita sportiva e personale. Ne è uscito uncolloquio assai interessante. 

Dopo la gavetta ad Osiek (sua città natale) sicuramente redditizia, Nikolic a 16 anni è approdato al Montig Zagabria (“cugina” del Cibona) dove ha potuto subito assaporare la Serie A jugoslava, mica poco … 
Sì, effettivamente anche nella seconda squadra di quella città ho potuto acquisire una grande esperienza, per me fondamentale per conoscere tutti i trucchi di questo mestiere. Sono rimasto fino all’età di 28 anni, momento in cui ho capito che ero giunto al capolinea della mia attività agonistica.


Una interessante fase della sua carriera, ma il suo primo vero colpo è stato quello di conoscere sua moglie Mira che negli anni ’80 era una delle più grandi giocatrici d’Europa.
Ci siamo conosciuti durante le pause degli allenamenti. Prima si allenava la squadra femminile e poi la nostra. Lei era arrivata da Zadar con un palmarès importante vista anche la caratura tecnica. Non per niente ha vinto molti trofei europei.


Un colpo di fulmine.
Sì, un colpo di fulmine. Mi sono mosso con grande rapidità e astuzia perché avevo il timore che qualcun altro me la portasse via. All’età di 23 anni avevo capito che Mira avrebbe avuto una parte importantissima nella mia ecarriera: ci siamo completati, una grande intesa e così nel 1988 ci siamo sposati.


Poi è arrivato Milos, che ha vissuto diverse esperienze nel basket, ma che alla fine ha preferito un’altra attività professionale (lavora alla Hupac di Chiasso).
Mio figlio era bravo e aveva talento, ovviamente gli abbiamo lasciato campo libero nelle sue scelte di vita. Alla fine Milos ha anteposto alla sua carriera sportiva quella professionale ma non è escluso che si possa allenare un po’venendoci a dare una mano a Lugano.


Mira 193 cm, lei 200, vostro figlio 210. Insomma: una famiglia di giganti.
Effettivamente è così. I casi della vita (ride). Ma tornando a mia moglie: ha fatto tanto incoraggiandomi sempre. Quando ero giocatore prima, e allenatore poi: lei ha sempre appoggiato ogni mia scelta.


La vostra vita famigliare era comunque condizionata dagli impegni sportivi, soprattutto di sua moglie.
Giocando in nazionale, Mira si è dovuta spesso assentare ma questa lontananza ha consolidato ulteriormente il nostro bellissimo rapporto.


Parliamo dell’ex Jugoslavia, un tempo un unico paese. Poi è arrivata la guerra che ha letteralmente smembrato questa nazione.
Una guerra sporca che ha distrutto regioni bellissime e ucciso moltagente. È stato brutto vedere tanta tristezza e tanto dolore provocate dall’odio e dall’intolleranza. Alla fine ci si è dovuti adeguare. Per fortuna non mi sono fatto coinvolgere.


Lei si è infatti trasferito con la famiglia in Svizzera, approdando a Friborgo, dove ha diretto prima la squadra femminile, subito grande protagonista in campionato e in Coppa.
Nel 1986 abbiamo cominciato la nostra avventura in una città veramente ospitale come quella della Sarine. Con le donne ho subito assaporato le vittorie, ci siamo divertiti… divertendo tutti.


Tanto entusiasmo, ma gli obiettivi sono presto cambiati perché lei è approdato nella squadra maschile dell’Olympic Friborgo, sedendosi sulla panchina dapprima come assistente (aiutando in modo tangibile Dusko Ivanovic, mica un signor nessuno!) e poi come head coach.
Per me è stato un grande onore poter dirigere questa squadra, con Dusko c’èstato un bellissimo rapporto ovviamente la sua parola contava ancora tantissimo.Da bordo campo trasmetteva o comunque ai giocatori i giusti consigli. Cinque anni intensi e incredibili! Con Dusko si poteva solo imparare. Lui era conosciuto in tutto il mondo.


I giovani però alla fine sono sempre stati nel suo programma tecnico, tanto che ha assunto la responsabilità del vivaio dell’Olympic.
Importante pensare alla prima squadra ma altrettanto fondamentale era formare una solida ossatura tra quei giovani che un domani avrebbero giocato in Lega Nazionale A. Alla fine vedere diversi ragazzi promossi nella massima divisione è stata una grande gioia.


Lei ha sempre accettato nuove sfide, ecco perché, tranne una parentesi a Cipro, è poi arrivato nel Lugano diretto da Giovanni Antonini.
Ho potuto svolgere un lavoro importante perché, al di là della prima squadra, ho potuto far maturare alcuni ragazzi, fra i quali un certo Dusan Mladjan, che ho lanciato nella massima serie all’età di 15 anni. Anche con il club bianconero sono stati cinque anni pieni di emozioni.


Il suo girovagare è proseguito nel Mendrisiotto. A Vacallo.
Con i ragazzi momo ci siamo tolti una grande soddisfazione, raggiungendo la serie B. Poi è arrivata la SAM Massagno, ma per poco tempo.


Prima di affrontare la sua avventura più incredibile, in Costa D’Avorio e nella capitale Yamoussoukro. Come mai questa scelta?
In quel paese era stato creato un progetto interessantissimo: partecipare ad un vero campionato africano per club, visto che proprio in Costa d’Avorio non c’era un vero e proprio torneo. Tutto è stato preparato nel migliore dei modi per allestire una squadra competitiva, con americani provenienti anche dalla NBA insieme ad altri giocatori della zona. All’inizio avevo qualche perplessità perché vedevo, attorno a questa squadra finanziata da molti sponsor e sostenuta da un ambiente incredibile, tanta povertà.


Un’idea di principio valida ma da realizzare in una realtà contraddittoria.
Effettivamente era così, ma io ho dovuto portare avanti questo progetto e alla fine siamo riusciti a vincere la Coppa d’Africa, riempiendo spesso il palazzetto – davvero moderno – anche oltre 4’000 spettatori. Non dimenticherò mai i numerosi viaggi in luoghi impensabili e incredibili. Questo mi ha permesso di conoscere tante realtà del Continente africano.


Ora, per tornare in argomento, si apre la nuova esperienza in bianconero.
È una sfida sicuramente entusiasmante, anche se siamo consapevoli che all’inizio, soprattutto per il rafforzamento di tutte le altre squadre, dovremo accettare anche delle sconfitte. Sarà importante lavorare a fondo, come del resto stiamo facendo da circa tre settimane. I ragazzi sono splendidi per impegno ed attaccamento al club. Con questa mentalità andremo avanti: sono convinto che alla fine sapremo toglierci anche delle belle soddisfazioni. Spero che il pubblico possa capire e sostenerci in questo lavoro. Il Lugano ha bisogno di essere supportato da tutti, sponsor compresi. Il nostro è un club di prestigio e tradizione.


Suo assistente sarà Cabibbo, l’anno scorso head coach del team.
Lui ha accettato questo ruolo e con me si completa in una collaborazione indubbiamente importante. Tra noi il rapporto è bellissimo e, grazie ad un gruppo promettente, potremo lavorare con grande profitto.

GIANNI MARCHETTI

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