Sport, 26 aprile 2021

“È cambiato il legame fra la società e il territorio”

Il Chiasso di oggi secondo l’ex dirigente rossoblù Numa Albisetti

CHIASSO - Il calcio a Chiasso è come un vascello in un mare sempre agitato.


Non lo diciamo solo noi ma sta scritto negli archivi di una storia ormai centenaria. Prendiamo, ad esempio, gli ultimi 30 anni: dalla promozione in Lega Nazionale A sotto la presidenza del popolare Jimmy Pagani il club è finito gambe all’aria in Prima Lega (doppio passo del gambero) per poi tornare, con Massimiliano Schiavi gran timoniere fra i cadetti, un torneo nel quale si è riacceso come d’incanto l’entusiasmo, grazie ad un’icona calcistica nazionale quale Marco Grassi e al brasiliano Rafael, principali artefici di stagioni entusiasmanti che hanno riavvicinato il pubblico allo stadio.


Nel primo anno di Challenge League (2003) al Riva IV non era raro vedere 3 mila spettatori. Poi con il tempo, fra alti (pochi) e bassi (molti) sono subentrati problemi economici e sportivi e inesorabilmente la disaffezione dei tifosi, molti dei quali si sono sentiti traditi dai continui cambiamenti e di riflesso dall’arrivo di giocatori da ogni dove, a scapito degli indigeni.


Un vascello in un mare agitato, dicevamo, che a livello sportivo è sempre a rischio impatto: mai come quest’anno in effetti la squadra può finire fuori dal calcio che conta. Ma intanto in molti si chiedono che ne sarà del Chiasso, indipendentemente dalla categoria in cui militerà la prossima stagione. Che volto avrà? Probabilmente non ci sarà più Nicola Bignotti. E l’azionista di riferimento poi? Di sicuro non si intravvedono all’orizzonte investitori locali. È ineluttabile: il calcio nella città di confine non interessa più. Una situazione difficile, insomma. Per ora si pensa solo alla salvezza. Ma poi? Nessuno si sbottona.


Di tutto questo abbiamo voluto parlare con un ex dirigente storico, Numa Albisetti,che del Chiasso conosce vita e miracoli. “Ho iniziato allo stadio Comacini, quando mio nonno mi portava a vedere i rossoblù. In quel periodo conoscevamo tutto o quasi dei giocatori. Mio zio era gerente del Bar Svizzero, che era poi uno dei ritrovi della squadra. Quello fu l’inizio di un lungo rapporto: nel 1979 sono poi diventato dirigente del settore giovanile e via via ho ricoperto vari ruoli istituzionali, fra i quali quello di vice-presidente nell’era Schiavi. Oggi? Seguo ancora le squadre del raggruppamento calcio e poi le partite del Mendrisio.


Numa, domanda secca: cosa ne pensa dell’attuale gestione del club rossoblù? 
Non saprei quale aggettivo usare. Di certo non positiva. Se analizzo gli ultimi 5/6 anni i risultati sono desolanti. Ultimi in classifica ininterrottamente da 61 partite. E non mi fermo qui: 173 partite giocate, 93 perse e 10 allenatori cambiati. Il peggio è arrivato la scorsa stagione con la retrocessione sul campo a -9 punti dalla penultima, in pratica la peggior stagione dal 1905 ovvero dalla fondazione del Chiasso. Per fortuna, si fa per dire, che il coronavirus ci ha messo lo zampino e la federazione ha deciso di cancellare la relegazione in Prima Promotion. Ma quest’anno le cose non vanno tanto diversamente. Anzi. 


Recentemente durante un dibattito televisivo un ex calciatore rossoblù, Tito Tarchini, ha parlato di mancanza di identità locale. 
È la logica conseguenza della mancanza di un presidente, di un vice di un comitato… Da
alcuni anni siamo nella mani di un direttore generale che gestisce da solo la società. E purtroppo è venuto cambiare il legame fra società e il territorio. Normale dunque che non ci sia più nessuno della regione che voglia investire. Va detto inoltre che la situazione economica è radicalmente cambiata. 


Vuol dire che non ci sono alternative a Bignotti e soci?
Ci saranno ma probabilmente faranno parte dei soliti giri, come la Football Capital o Stefano Castagna. Personaggi locali? La vedo dura. Ma la cosa che mi fa rabbia sono le dichiarazioni d’inizio stagione. Ricordate? Niente proclami, tanta serietà per un accordo di gestionesportiva del club; vogliamo mettere basi solide, abbiamo un concetto chiaro attorno al termine di serietà e vogliamo disputare un campionato tranquillo e toglierci delle belle soddisfazioni. Ma non solo: ci dissero che volevano portare giocatori bravi e una persona di riferimento per un progetto a medio lungo termine. Ma era solo fumo: hanno illuso ancora una volta i tifosi. I quali si ricordano bene le persone che si sono avvicinati alla società rimanendo pochi mesi e creando prospettive false.


Prego?
Ma non ricordate Cavalleri, Savini (abbiamo dovuto invalidare anche un’assemblea), Oliva presentato come vice presidente, Matteo Angeli, Stefano Capozucca e tale Rosati presentato come futuro presidente durante una riunione con membri del Team Ticino e immortalato con tanto di foto come rappresentante del Chiasso? Insomma: il nulla. I tifosi hanno bisogno di persone serie e di progetti realizzabili.


Che cosa manca a Chiasso?
La continuità. Troppe persone si sono presentate come i salvatori della patria ma non hanno portato niente e hanno distrutto il lavoro dei dirigenti precedenti . Cito un articolo pubblicato recentemente sul Mio Chiasso: ‘In questi ultimi 5 anni tutto il patrimonio umano del nostro club (dalla tifoseria ai volontari fino agli appassionati più vicini) è stato delapidato e ci vorranno anni, dopo l’eventuale partenza di Bignotti, per ricostruire dalle macerie’.


Dal Chiasso al calcio ticinese.
Finché si guarda al proprio orticello non si va da nessuna parte. Le avvisaglie di un calcio malato ci sono state, delle quattro migliori squadre in Ticino ne sono rimaste solo due nel calcio professionistico. Unica squadra a non fallire è stato il Chiasso. il Lugano è risorto subito grazie all Agno e a Morotti, che si meriterebbe un monumento! Il Bellinzona è da otto anni fuori dai giochi che contano e sta lottando per non retrocedere dalla Prima Promotion. Il Locarno è finito addirittura in Quinta Lega e il processo di rinascita sarà molto lungo. Se si guarda poi al Mendrisiotto ci sono troppe squadre in concorrenza nelle medesima categoria. I settori giovanili non riescono a sfornare giocatori di qualità per le rispettive squadre. E non si investe mai abbastanza nella formazione.


Quindi?
Ho sempre detto che un franco speso per la formazione è un franco investito per il futuro di una società. L’unica persona che in Ticino ha speso nel settore giovanile è il russo Novoselsky ma sta investendo su un settore giovanile che ha i migliori giocatori nel Team Ticino e non nel Lugano. Ha capito tutte le problematiche della formazione in Ticino.

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