Mondo, 01 marzo 2021

L'attualità di Orwell

A settant’anni dalla morte dello scrittore scadono i diritti d’autore

I popoli che non posseggono la memoria non posseggono il loro futuro, scriveva Nietzsche. E proprio in quest’epoca l’affermazione mostra la sua validità: il consenso viene garantito da canali mediatici appiattiti sul presente, sulla cronaca quotidiana, con una forza senza precedenti. Sembra che i popoli e le politiche estere non esistano più, non si prefiggano alcuna meta. Quel che il genio profetico del filosofo Nietzsche aveva intuito, il grande talento dello scrittore George Orwell ha successivamente illustrato con precisione da grande giornalista in due testi – “ 1984” e “ La fattoria degli animali” – che collegano passato, presente e futuro di una società agghiacciante: quella dominata dal Grande Fratello o, meglio, dai Grandi Fratelli.

Trasformare l’uomo in robot

Perché parlare ora di Orwell? Sono passati 70 anni dalla morte dello scrittore, scadono i diritti d’ autore e sono già pronte nuove traduzioni. Qualsiasi casa editrice può pubblicarle e ce ne accorgeremo appena finito questo incubo da isolamento e potremo ritornare a sfogliare i testi in libreria.

Orwell non rappresenta solo il passato o il suo presente ma prospetta il futuro. Le sue profezie relative al condizionamento dei cervelli non sono solo un caso letterario o un pamphlet contro le dittature del ‘900 ma vogliono colpire proprio l’evoluzione del socialismo reale, del comunismo da metà degli anni ’40.

Il fascismo lui l’aveva combattuto, rischiando di persona nella guerra di Spagna. Odiava violenza ed aggressività ma ora temeva, alla fine della guerra, la grande utopia collettivista. La considerava un progetto irreale ed irrealizzabile mentre il modello del comunismo reale stava per imporsi nell’Europa dell’est. Un progetto egualitario tale da suscitare una reazione istintiva. Per impedirla, per costringere l’uomo nella gabbia ideologica, il Grande Fratello deve controllare il pensiero, riformare la lingua, reprimere gli istinti.

Per riuscire l’utopia egualitaria - che non significa dare a tutti le stesse possibilità ma ridurre tutti ad un minimo comune denominatore deve uccidere l’uomo e trasformarlo in un robot che ragiona con il cervello altrui. Si deve spegnere l’anelito alla libertà,
le aspirazioni sentimentali.

Tutto questo controllo si era realizzato anche in Germania con il nazional- socialismo: brutale violenza contro i nemici esterni ed interni a cui si aggiungeva il mito della razza con il conseguente genocidio degli ebrei, accusati anche di appartenere ad un’internazionale sempre contraria agli interessi nazionali. Il fascismo aveva cercato di imitarlo, anche se la presenza della chiesa ne aveva attenuato gli eccessi, almeno fino al 1938. Ma quelle erano ideologie sconfitte dalla storia. Ora ci si trovava di fronte ad un’utopia di sinistra che voleva cambiare per sempre l’ uomo e la società in nome di un immaginario progresso politico. Si trattava dunque di creare ciò che è irraggiungibile: una società di uguali.

Il grande fratello uccide le coscienze

Per raggiungere questo obiettivo non basta un tiranno, ci voleva qualcosa di più mostruoso: il Grande Fratello. Il tiranno uccide per imporre
la sua legge, la sua volontà, non si nasconde, non nega la sua essenza tirannica. Il grande fratello uccide per il bene dell’assassinato stesso e dell’umanità. Si uccidono le coscienze prima dei corpi, nella più oscura ipocrisia. Come si è visto in vari processi del “socialismo reale” – e ben descritto in romanzi come “Buio a mezzogiorno” di Koestler – il potere mira a portare la povera vittima a dichiararsi lei stessa colpevole di crimini contro il popolo, contro l’umanità, contro la pace.

Si chiede l’autocritica al condannato proprio quando si sta per fucilarlo. La vittima del grande fratello muore perché non ha amato abbastanza il suo aguzzino. Per condannare bisogna dimostrare di essere il Bene contro il Male. E siccome è difficile incarnare il Bene assoluto, ecco la necessità di inventare sempre una nuova realtà. Qui sta la grande denuncia di Orwell, terribilmente attuale: il controllo sulla lingua, la formazione di una neolingua.

La neolingua

Nel libro “ 1984” Orwell fornisce alcuni esempi di neolingua: parole che significano il loro contrario, come “pace” uguale “guerra”. Così l’Armata Rossa interviene in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Afganistan in nome della pace nel mondo. Finito il socialismo reale la neolingua continua come grande mezzo di persuasione, con un uso più raffinato. Guardate il termine “razzista”: significava chi riteneva che una “razza” fosse superiore rispetto alle altre. Oggi è una delle parole- chiave dei nuovi “Grandi Fratelli”: è razzista chiunque creda nelle differenze e nei diversi ruoli, chiunque contesti il dogma dell’uguaglianza. Si è razzisti verso le donne, come fossero un gruppo alieno. Stessa sorte per il termine “xenofobo” che significava una patologia mentale che provoca una fobia verso tutto ciò che è straniero. Oggi basta avere qualcosa da eccepire sulle migrazioni di massa, sulla loro gestione, che subito si è tacciati di xenofobia. Questa situazione porta ad una autocensura, un controllo mentale. Ci si sente obbligati a premettere “non sono razzista ma...”. Perché queste scuse non richieste?

Altra grande profezia di Orwell: la storia ridotta a cronaca del presente.

La storia come presente

Tutto viene appiattito sul presente: i riferimenti devono essere attuali, bisogna parlare a dei bambini senza radici, a dei consumatori. L’attacco agli intellettuali che si prestano a questo schema è pesante: “la maggior parte degli intellettuali è pronta per metodi dittatoriali, per la polizia segreta, per la falsificazione sistematica della storia purché possano dire: è la nostra causa”.

E avvertiva: “non immaginate di poter fare per anni di seguito i propagandisti leccapiedi del regime sovietico o di qualunque regime e poi improvvisamente tornare alla decenza morale”. Regola che dovrebbero sentire molti intellettuali ex-comunisti ora convertiti al liberalismo.

Miriam Bergamo / MDD

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