Sport, 22 febbraio 2021

Quando la mafia comandava il calcio di Rio de Janeiro

I patron della lotteria illegale investirono fior di quattrini nelle società carioca

LUGANO - Jogo do bicho tradotto in italiano significa “gioco della lotteria degli animali”. Ci sono parole che non sempre ci azzeccano quando cambiano idioma, e questa è una di quelle. Comunque: il “gioco della lotteria degli animali” è una delle tante anomalie che caratterizzano il Brasile, uno dei paesi più contraddittori al mondo. È stato introdotto alla fine degli Cinquanta a Rio de Janeiro ed è considerato illegale, perchè i proventi non vengono denunciati all’erario e restano in tasca ai promotori o ai proprietari, che possono accumulare vere e proprie fortune, e molti dei quali sono spesso e volentieri banditi della peggior specie, gente che non si è fatta scrupoli quando si è trattato di eliminare avversari o fastidiosi e pericolosi infiltrati della polizia. Per anni i cosiddetti “bicheiros” hanno fatto il bello e il brutto tempo senza pagare un centesimo allo stato. Si diceva prima di gioco illegale: basta recarsi in un quartiere del centro di Rio o nei suoi sobborghi per capire l’andazzo.

Racconta il giornalista Bernardo Gentile di O Globo: “L’idea era straordinaria e semplice al tempo stesso: si trattava di vendere una cartella con dei numeri ai quali erano abbinati i nomi di un animale (o bicho, appunto ndr). I venditori si mescolavano fra la gente e senza dare nell’occhio vendevano il prodotto. Non c’erano bancarelle e se c’erano era nascoste. La polizia quasi sempre chiudeva un occhio, perchè riceveva in cambio delle bustarelle dai contravventori”.

Futebol e samba
Come accadde in Colombia ai tempi dei grandi cartelli della droga, i ricchi “bicheiros” erano appassionati di calcio. E allora perchè non investire in un club famoso? La notorietà alimenta il potere e personaggi come Castor de Andrade o Emil Pinheiro, imprenditori con istruzione universitaria, la bramavano come un cercatore d’oro ai tempi del Klondike. Detto fatto i due, che erano pure amici e soci in affari, decisero di comprare il Bangù (il primo) e il glorioso Botafogo (il secondo). Si narra che ci provarono anche con il Vasco da Gama e il Flamengo ma le trattative, sotterranee, si conclusero malamente. Sembra che le due società non volevano mescolarsi con dei malviventi. Iniziò allora la caccia a giocatori famosi o ai migliori talenti del paese. Uno dei primi a finire sul taccuino del Bangù, un club poco conosciuto alle nostre latitudini, fu tale Neto, giocatore che arrivò a Bellinzona sul finire degli Anni Ottanta senza per altro lasciare il segno. Aveva alle spalle un’esperienza nel Guarani e addirittura nella Nazionale maggiore. Ma non fu il solo: nella squadra carioca approdò anche un certo Mauro Geraldo Galvao, che negli Anni Novanta diventerà
il giocatore- simbolo del FC Lugano. Tornando a Neto: “Quando mi presentai dal signor Castor per il contratto, dopo il saluto di benvenuto mi mise in mano una busta con 50 mila dollari. Erano contenuti in una valigia che un funzionario gli aveva portato precedentemente”. Inutile dire che Neto restò abbagliato di tanta generosità. Ma non si fece molte domande. Qualche mese se ne andò, insalutato ospite. I soldi erano importanti ma il calcio, disse, lo era di più. Castor de Andrade non si arrese: investì ancora. ll problema è che i fondi provenivano dalla contravvenzione e la giustizia cominciava a punzecchiarlo. Adorato dai suoi giocatori (come dubitarne?) ma anche dalla popolazione, che lo aveva ribattezzato “Don Corleone”. Un soprannome azzeccatissimo per un imprenditore fra i più chiacchierati e che lavorava nell’industria metallurgica, nella vendita di gas e che possedeva almeno un centinaio di distributori di benzina. Quando venne processato saltò fuori che aveva dei conti in Svizzera. Per legittimare la sua fama di mecenate, De Andrade diventò anche patron della scuola di samba Mocidade Independente di Padre Miguel, città formicaio che si trova a 30 km da Rio. Il samba, come il calcio, è vita e passione per i carioca. Grazie al suo fascino seduttore (e ai suoi milioni) Castor conquistò il cuore di giovani e avvenenti sambiste e spaventò anche i calciatori delle squadre rivali. Non era occasionale che si presentasse alle partite con una revolver P38.

Tentativo di corruzione
Quando Mauro Galvao passò nel 1987 al Botafogo, al comando del club c’era un altro contravventore: Emil Pinheiro. Uomo generoso, all’apparenza di buon carattere, diresse il club carioca con mano ferrea. Era entrato al posto di un altro “illegale”, Luizinho Drummond. Veterano di guerra, “seu Emil” aveva combattuto nel secondo conflitto mondiale e sul finire degli Anni Sessante aveva acquisito il predominio del gioco illegale nella zona di Jacaparegua, dove un tempo si disputava il Gran Premio del Brasile di formula 1. Grazie alla sua influenza e ai suoi milioni di dollari mai dichiarati veramente, nel Botafofo arrivarono campioni quali Mauro Galvao, Wilson Gottardo e soprattutto Renato Gaucho, strappato al Flamengo. Nel 1992 perse la finale contro i rossoneri e alla fine si sollevarono voci secondo le quali Pinheiro tentò, invano, di comprare gli avversari. Ci fu una inchiesta che però non portò a nulla. Dietro quell’aria di buon uomo, in realtà si nascondeva una persona di scarsa moralità e ben pochi scrupoli. Quando venne arrestato, fu ritenuto responsabile con i suoi colleghi di aver ordinato la morte di almeno 50 persone. In perfetto stile mafioso. Morì nel 2001: aveva contratto il morbo di Parkinson.

JACK PRAN

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