Svizzera, 19 giugno 2020

Quattro donne a processo per aver abusato sessualmente di una connazionale

Quattro donne kosovare si trovano sotto processo per aver torturato una loro connazionale 21enne nel 2019. La giovane donna aveva subito una notte di calvario, in cui era stata rapita e torturata per lunghe ore dalle quattro connazionali per aver denunciato una di loro alla fine del 2017 all'Autorità regionale di protezione (ASP) perchè riteneva che la donna trascurava suo figlio di due anni.

Pazza di rabbia, la madre - aiutata da sua sorella e da due amiche - si vendicò della giovane. La sera del 10 marzo 2019, le quattro donne - di età compresa tra 23 e 29 anni - hanno sorpreso la loro vittima in un parcheggio a Kloten, vicino a Zurigo. Secondo l'atto di accusa, l'hanno spinta di forza in macchina. Una volta dentro l'auto una delle donne accusate, un assistente di cure di 25 anni, l'avrebbe ripetutamente presa a pugni in faccia. Il quartetto con la loro vittima si sarebbe quindi spostato nell'appartamento di una delle donne. Arrivati, la 21enne era stata obbligata a spogliarsi e farsi una doccia.

Le donne avrebbero quindi toccato le parti intime della vittima prima di costringerla
a inserirsi un vibratore nella vagina. Una delle quattro imputate avrebbe quindi inserito violentemente il vibratore nell'ano della giovane donna. Alla fine, le donne avrebbero costretto la loro vittima a ricoprire il vibratore di maionese prima di reinserirlo nuovamente. È stata anche presumibilmente costretta a baciare i loro piedi. Dopo averle strappato le estensioni dei capelli, la giovane donna sarebbe stata costretta a ingoiare piccole pietre decorative di vetro. Sempre secondo l'atto di accusa, la giovane era stata torturata in questo modo fino alle 7 del mattino prima di essere liberata in un parcheggio.

Come riporta "20 minuten", il quartetto è apparso questo giovedì davanti al tribunale distrettuale di Bülach (ZH). Le donne sono accusate di rapimento, coercizione sessuale e rapina. Non è ancora noto quale pena rischiano. La sorella dell'imputata principale, domiciliata in Kosovo, si trova in detenzione preventiva a causa del pericolo di fuga. L'imputata principale, la donna denunciata all'ARP, invece si trova agli arresti domiciliari con un braccialetto elettronico.

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