Ticino, 01 maggio 2020

È rimasto per 12 anni in Ticino senza permesso (e lavorava in centro a Lugano)

Dopo dodici anni in Ticino senza alcun tipo di autorizzazione, un cittadino iracheno dovrà ora fare ritorno nel suo Paese. Il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha infatti respinto il ricorso presentato da SOS Ticino per conto dell’uomo, classe 1981.

L’iracheno era arrivato in Ticino nel 2008 e aveva presentato una domanda d’asilo. La sua domanda era stata respinta, così come il successivo ricorso al TAF. Nel 2012 all’uomo fu quindi intimato di lasciare la Svizzera. Ma lui non lo fece. Pochi giorni dopo che l’Ufficio federale della migrazione ne pronunciò l’allontanamento, l’iracheno trovò un impiego in un ristorante del centro di Lugano. Nonostante non fosse autorizzato a lavorare, venne assunto a tempo pieno come ausiliario di cucina, per un salario netto di circa 3mila franchi mensili.

È solo nel 2014, quando l’uomo fu fermato a un valico di confine tra Svizzera e Francia, che le autorità si resero conto della sua presenza su suolo elvetico. Il ministero pubblico del Canton Giura emise nei suoi confronti un decreto d’accusa per infrazione alla legge federale sugli stranieri, condannandolo a una pena pecuniaria sospesa. Tuttavia l’uomo continuò indisturbato la sua attività lavorativa nel ristorante di Lugano.

Fu lui stesso, un anno dopo, a scrivere a Berna per chiedere il rilascio di un permesso di soggiorno. Visto che aveva un lavoro fisso, voleva essere regolarizzato. Ma la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) gli rispose che essendo stata respinta la sua domanda d’asilo, restava valido l’obbligo di lasciare la Svizzera. Non poteva quindi essergli rilasciato alcun permesso.
 
Nessuno però effettuò ulteriori verifiche e l’uomo continuò
a lavorare nel ristorante luganese. Fino a quando, nel 2018, l’Ufficio della migrazione del Canton Ticino lo informò di essere disposto a rilasciargli un permesso di dimora, previa approvazione da parte della SEM. L’ufficio cantonale, nella lettera alla SEM, spiegava che l’iracheno era ben integrato, in buona salute e finanziariamente autonomo.
 
Ma la SEM si rifiutò di rilasciare un permesso di dimora per l’iracheno, sostenendo che la sua presenza in Svizzera era dovuta solamente alla “tolleranza cantonale” e “alla mancata collaborazione nell’esecuzione dell’allontanamento”. Inoltre la SEM evidenziava che l’uomo era celibe e senza figli e che avrebbe benissimo potuto reintegrarsi nel suo Paese natio.
 
A questo punto, nel dicembre 2018, è subentrata SOS Ticino, che ha presentato un ricorso al TAF contro la decisione della SEM. Secondo SOS Ticino la reintegrazione dell’uomo in Iraq sarebbe stata “particolarmente difficile” a causa del suo lungo soggiorno in Svizzera.
 
Ma i giudici del TAF, come si legge nella sentenza pubblicata negli scorsi giorni, hanno sottolineato che non basta avere un lavoro per poter pretendere di restare in Svizzera. Secondo i giudici “non si intravedono motivi per credere che il ricorrente, in quanto giovane persona adulta con una valida esperienza professionale e in buona salute, non possa reintegrarsi socialmente con successo, a breve o medio termine, nel nord dell’Iraq, a maggior ragione nel contesto della sua famiglia numerosa”. Il ricorso di SOS Ticino è dunque stato respinto. Dopo dodici anni l’iracheno deve ora concludere un’esperienza svizzera che avrebbe dovuto concludere già parecchio tempo fa.

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