Mondo, 31 marzo 2020

“Avventura incredibile interrotta dai militari…”

Dagli States all’Argentina: storia di un viaggio (a metà) in bicicletta di un ticinese

Un’avventura incredibile, straordinaria! Percorso inizialmente previsto di 9 mila chilometri, dalla California all’Argentina in sella ad una bicicletta, con un sacco in spalla, senza (“ Mi ha sempre dato fastidio”) e tanta voglia di sorprendere e di sorprendersi. Incurante dei pericoli: delle buche trovate su strade improbabili, di burroni che basterebbe uno sguardo per spaventare anche il più spavaldo degli avventurieri, di ponti traballanti e di gente non propriamente rassicurante.

Dall’America di San Diego, dalle piste ciclabili frequentatissime, al Sudamerica, dove solo chi ha fegato passa con un mezzo a due ruote. Ma il sacro fuoco arde, l’adrenalina è fuori controllo, e allora, senza troppi pensieri in testa, si parte. Con l’orizzonte sullo sfondo e incognite che si manifestano ad ogni lembo di terra schiacciato dalla bicicletta. Con la consapevolezza che il futuro è incerto.

Ci vuole stoffa, fegato e magari un po’ di incoscienza, quelle che a Edy Bizzozzero, Lugano, non sono certamente mancate quando, nell’inverno dello scorso anno, si è messo di buzzo buono in viaggio da San Diego (Stati Uniti) verso l’Argentina suoi lontani parenti emigrati un secolo fa a Cordoba. Ma perché dalla California? Perché il “ nostro” ha vissuto per alcuni anni da studente di lingue scarsamente applicato in una locale scuola per stranieri.

Ma non ho mai voluto veramente studiare, mi sentivo prigioniero ed allora un giorno ho maturato l’idea di partire, volevo scoprire cosa ci fosse a Sud dello stato americano. Avevo sentito parlare molto di Panama, della Colombia, del Brasile, dell’Ecuador e dell’Argentina. Ma non ci ero mai stato. E avevo pure letto di viaggi incredibili con mezzi di fortuna: camion, motocicletta, bici. Mi ricordai che il Che aveva percorso al contrario il continente su una vecchia moto. E allora mi sono detto: perché non provarci con la mia due ruote? Ogni giorno a San Diego macinavo 20-30 km per tenermi in forma. Pensai: perché non puntare a Sud coprendo distanze simili? E allora ho preparato il viaggio e a febbraio 2019 mi sono messo in cammino. Obiettivo finale Cordoba, la città in cui i miei avi emigrarono tantissimi anni fa. Era, se vuoi, un punto d’arrivo simbolico”.

Purtroppo però qualcosa è andato storto e nel bel mezzo del cammino, alla frontiera fra Colombia e Ecuador, ecco l’imprevisto, la fine di un sogno: “Non mi hanno lasciato passare perché in quella regione c’erano stati degli scontri a fuoco fra i militari colombiani e gli irriducibili del fronte rivoluzionario, insomma: la guerriglia. Per ripartire ci sarebbero voluti giorni e giorni e a quel punto ho caricato la bici su un autobus e sono andato a Calì. Lì sono riuscito a fare un biglietto per Bogotà e quindi, dopo lo scalo, sono tornato a San Diego. Deluso per certi versi, ma poi, ripensandoci, ho capito che avevo già fatto una piccola impresa…” Edy è un ragazzo semplice, molto socievole, pronto alla battuta e autoironico; il suo racconto non è dettato dalla voglia di protagonismo ma soltanto da un sentimento di condivisione, fare arrivare il messaggio ai suoi coetanei (ha 28 anni): “Cerchiamo di essere liberi da ogni condizionamento, proviamo a metterci in discussione, liberiamo la nostra verve”. E la delusione per non essere arrivato sino in fondo è mitigata dal suo grande ottimismo: “Ci ho provato ed è andata male, ma un giorno completerò il percorso, ripartendo da San Diego”. Impagabile.

San Diego - Panama

L’idea di Edy che, visto il momento abbiamo sentito al telefono (non era il caso di fare i fenomeni), era quella di percorrere il primo tratto sulla celeberrima “panamericana”, una strada di 24 mila chilometri che va dall’Alaska, dalle coste dell’alto Pacifico, sino alle capitali sudamericane che si affacciano sull’Atlantico. In realtà un percorso irto di difficoltà, sul quale, in territorio messicano, un tempo si correva la Carretera, una gara di macchine che spesso terminava in tragedia.
In Messico ho fatto i tratti più lunghi su strada normale. E tutti rigorosamente in bicicletta. Ho attraversato zone meravigliose come la regione di Sonora, Sinaloa, terra infestata dai narcos, Jalisco, su cui sorge la bella Guadalajara, sin giù al Chiapas, terra di ribellione e di gente orgogliosa della propria identità. Viaggiavo ad una media di 40 chilometri al giorno. Senza stress e senza paura. Mettendo naturalmente piede a terra. Un pasto a mezzogiorno ed uno alla sera. Quando potevo, dormivo
in un piccolo alberghetto o in qualche stamberga da due dollari. Altrimenti sotto le stelle, a mio rischio e pericolo, anche se non ho mai avuto problemi. In America Latina la gente onesta è la stragrande maggioranza”.

Con grande stupore e piacere, nel Chiapas ha incontrato due persone di Sementina, Ines e Luca. “Vivono nei pressi di Gutierrez da alcuni a anni. Fanno del volontariato per una associazione europea che si occupa degli indigeni. Con loro ho trascorso una bella serata. Ma niente tequila e mariachi.” ci dice ridendo. E le gambe?

Era da vari mesi che circolavo ma le sentivo perfettamente reattive. Così come il cervello, sempre fonte di ispirazione. Sapevo che dopo il Messico, mi attendevano altre realtà splendide: Guatemala, Salvador, Nicaragua, Costa Rica, paese in cui vivono diversi ticinesi e quindi Panama. Morivo dalla voglia di vedere lo stretto”. Paesi che lo avevano sempre attratto.

In Nicaragua ho avuto una piccola crisi. Ero stanco e il caldo si faceva opprimente. Per evitare la disidratazione, sono andato in un ospedale di Managua per un controllo. E sono rimasto stupito dal livello di efficienza dello stesso. Devo dire che non mi è piaciuta la presenza dei soldati sulle strade. Credevo fossero delle manovre ed invece un residente mi ha detto che stavano facendo dei controlli a tappeto”.

Poi l’approdo nel bellissimo Costa Rica, forse l’unico paese in cui rispettano i ciclisti. “E lì ho conosciuto Miguel, ragazzo spagnolo che vive da anni a San Josè ed è un grande amante dell’America latina. Abbiamo fatto amicizia e con la sua ragazza mi ha fatto visitare la città. È stata come una benedizione di Dio: ho dormito tre giorni a casa sua e mi sono risposato prima di intraprendere un altro lungo viaggio. Verso Panama”.

Guardando il canale

“Dopo giorni e giorni sono arrivato a Balboa, nelle vicinanze del canale, una delle grandi genialate dell’uomo! Ho visto lo stretto e sono rimasto stupefatto dal passaggio di navi di ogni tipo, dai mercantili a quei mastodontici alberghi a cinque piani. Ero allibito. Non avrei mai pensato di vedere qualcosa di simile in vita mia. L’uomo ha superato sé stesso, costruendo un passaggio fra i due grandi oceani Pacifico e Atlantico” racconta Edy meravigliato di tanta capacità umana. Fu quello in pratica il momento migliore del suo viaggio. A Cordoba mancava ancora tantissimo e le sensazioni erano piuttosto ballerine. “Ce la farò, mi dicevo, anche se cominciavo a sentirmi stanchissimo. Le gambe non giravano più come volevo. Ma era normale: ero e sono un semplice runner da strada. L’idea che sarei entrato in Colombia, tuttavia, mi stimolava tantissimo”.

Mal gliene incolse… La Colombia è cambiata nel corso degli ultimi vent’anni. La pacificazione nazionale (anche se non ancora completata) ha generato un nuovo ottimismo fra la popolazione. L’immagine di paese del narcotraffico fa ormai parte del passato. Quello tocca al lacerato Messico. “Il mio viaggio nella terra del caffè è cominciato a Medellin, la città più vicina a Panama. Poi pian piano sono disceso nel Dipartimento di Quindiò, fianco a fianco con la Cordigliera, sino a Pasto, quasi ai confini con l’Ecuador. Diverse le fermate. Durante le quali ho apprezzato la gentilezza e l’ospitalità dei colombiani…”.

A questo punto, Edy Bizzozzero puntò sull’Ecuador. “Vi lascio immaginare le strade da Pasto alla frontiera. Piena di buchi e sbarramenti. Alla fine, dopo giorni di sofferenza, eccomi al ponte di Rumichaca, che divide i due paesi. I doganieri mi hanno subito bloccato, non potevo più andare avanti. Ridevano di me: ma cosa fa questo pazzo in bici? Nella striscia di confine il giorno prima s’era infatti registrato un scontro a fuoco fra l’esercito colombiano ed un gruppo di guerriglieri fuoriusciti dall’ Ecuador. Non passava più nessuno”.

E a quel punto? “Ho deciso senza troppi tentennamenti di tornarmene alla base, a casa. Ero stanco, un po’ timoroso e senza forze. In più il mezzo cominciava ad accusare dei problemi. Così dopo alcune ore ho preso il primo pullman per Calì e da lì, passando per Bogotà, sono rientrato a San Diego. Deluso per certi versi ma orgoglioso per aver percorso comunque una buona parte del tracciato. Il resto del percorso lo farò, non mollo mai io. Naturalmente coronavirus permettendo”.

Bravo Edy!

Bill Castelli / MDD


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