Svizzera, 31 ottobre 2019

Partita per la Siria con le figlie, i padri lottano per riaverle

Nata e cresciuta a Ginevra, dove ha seguito un apprendistato come impiegata di commercio, Malika (nome di fantasia) tre anni fa decide di partire per la Siria per unirsi all'ISIS. Con sè porta le due figlie, di 13 e 7 anni, all'insaputa dei padri, che da allora lottano per riportarle in Svizzera. Oggi trentenne, la donna viene raggiunta da giornalisti di "20 minutes", a cui racconta i tentativi della diplomazia elvetica di riportare in Svizzera le due bambine (ma non lei) e della sua vita in un campo siriano controllato dalle milizie curde. Se nega di aver rapito le sue figlie, le dispiace per quello che hanno dovuto subire in Medio Oriente. "Mi pento di aver esposto i miei figli a tutto ciò che accade in Siria", afferma la trentenne. Tuttavia, non è questione di rimandare le due bambine in Svizzera.

Nel marzo 2017, riporta "20 minutes", la Procura federale per la lotta al terrorismo ha avviato un procedimento penale a carico di Sahila. Poco prima, i due padri dei suoi figli avevano ottenuto la custodia esclusiva. Le autorità federali e di Ginevra avevano quindi esaminato un possibile rimpatrio di bambini. I due padri, uno di origine marocchina e l'altro algerino, entrambi residenti a Ginevra, erano pronti ad andare in Siria per salvare le proprie figlie con i propri mezzi.

Malika sostiene di non essere a conoscenza della minaccia di arresto e ritiro del passaporto svizzero che deve affrontare per rapimento e associazione
conl'ISIS. Quando le viene chiesto se le autorità svizzere l'abbiano mai contatta, lei spiega che un diplomatico la visitava una volta all'anno e si offriva di riportare le figlie a Ginevra. Per quanto riguarda lei e un terzo figlio nato in Siria, sarebbero stati costretti a rimanere sul posto. Una situazione che, per lei, non è accettabile.

Contattato, il Dipartimento degli affari esteri (DFAE) conferma che per quel che riguarda minorenni sono stati fatti tentativi per riportarli in Svizzera, mentre per quel che riguarda gli adulti nessuna misura attiva viene presa per un loro ritorno.

Ma senza il consenso della madre, le due bambine non possono tornare in Svizzera. Ritorno a cui comunque si oppone anche la figlia più grande, che insiste per stare insieme alla madre. Quest'ultima non ha nessuno oltre alle figlie, dopo che il marito jihadista, un cittadino tunisino, è stato ucciso in combattimento. Anche la figlia 13enne era stata ferita la scorsa primavera, quando una granata le è caduta vicino. Poco dopo, per sua fortuna, i quattro, la madre e i tre figli, erano stati presi in custodia dai curdi.

Nonostante il clima deleterio in cui deve vivere insieme ai figli, Malika non rimpiange la Svizzera, paese in cui si sentiva discriminata in quanto musulmana ("una volta mi hanno sputata addosso all'uscita dalla Migros") e, se potesse scegliere, farebbe ritorno al suo paese d'origine, l'Algeria.

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