Un informatico ucraino di 52 anni è accusato di aver violato i sistemi informatici di diverse aziende, tra cui Stadler Rail, e rischia una lunga pena detentiva oltre che l'espulsione della Svizzera. Il Ministero pubblico del canton Zurigo accusa l'imputato, tra le altre cose, di estorsione professionale, grave corruzione di dati e riciclaggio di denaro. Avrebbe partecipato ad attacchi ransomware a livello globale dalla sua abitazione nel cantone di Basilea Campagna.
L'imputato, in carcere preventivo dall'ottobre 2021, è considerato la mente dietro i malware Lockergoga, Megacortex e Nefilim, utilizzati per crittografare i dati di aziende come Stadler Rail, Meier Tobler e Crealogix al fine di estorcere riscatti. Le aziende colpite hanno subito perdite per milioni di franchi.
Questo caso mette in luce la criminalità informatica globale, poiché i presunti autori di attacchi ransomware raramente vengono assicurati alla giustizia in Svizzera. A Zurigo, cittadini e media si sono riversati nell'aula del tribunale, che era presidiata da rigide misure di sicurezza.
Secondo il pubblico ministero, il presunto ideatore degli attacchi informatici dell'imputato avrebbe collaborato con i servizi segreti russi prima di morire, precipitando da una finestra a Mosca nel novembre 2022. Si tratterebbe di un hacker ucraino, per il quale gli Stati Uniti avevano offerto una ricompensa, che avrebbe utilizzato una falsa identità fornita dai servizi segreti russi. Tuttavia, non vi sono indicazioni che l'imputato avesse legami con i servizi segreti russi.
L'accusa chiede una condanna a 12 anni di reclusione per l'imputato, oltre all'espulsione dalla Svizzera per lo stesso periodo e alla restituzione di criptovalute per un valore di circa 1,8 milioni di franchi svizzeri. In quanto autore del malware, l'informatico avrebbe svolto un ruolo chiave.
La difesa, d'altro canto, chiede la piena assoluzione e il risarcimento per il tempo già trascorso in cacere e richiede inoltre che tutti i dispositivi di archiviazione dati sequestrati vengano dichiarati inammissibili, sostenendo che l'imputato non sia stato adeguatamente informato, durante le perquisizioni, del suo diritto alla sigillatura dei dati.
Lunedì, il presunto hacker ha affermato di non aver mai sviluppato malware né partecipato ad attacchi, ma di aver semplicemente lavorato come consulente per un cliente sconosciuto nel campo della sicurezza informatica. Ha giustificato la presenza del codice e delle criptovalute rinvenute sui suoi dispositivi citando la sua attività di consulenza. Il tribunale emetterà la sentenza il 10 settembre.










