Sport, 22 novembre 2020

"Il nostro sport d’élite: un’azienda da sostenere”

Andrea Gehri, neo presidente della Camera di commercio del Canton Ticino

LUGANO - La Confederazione nei giorni scorsi ha varato nuove misure importanti per l’economia, la sanità, le imprese in difficoltà e anche lo sport d’elite gravemente toccate dalla pandemia. Misure attese come il pane soprattutto dalle società sportive che vanno per la maggiore, fra le quali ci sono quelle ticinesi: HC Lugano, Ambrì Piotta e FC Lugano. Le reazioni dei club sono state sostanzialmente positive, anche se il presidente dei biancoblù ha detto ai microfoni della RSI che “ si tratta di una stampella importante e avevamo bisogno di questo contributo a fondo perso perché se fosse stato concesso tutto sotto forma di prestito avrebbe pesato molto… Adesso possiamo camminare su due gambe e lo sforzo sui salari lo abbiamo già fatto quest’anno e più o meno nell’ordine di grandezza che viene ora richiesto, il problema sarà mantenerlo nei prossimi anni, considerato che l’Ambrì è già il club con gli stipendi più bassi in Svizzera.”

Nel frattempo qualcuno si era già mosso: la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del nostro cantone aveva deciso di appoggiare le nostre società più importanti. Di ciò abbiamo parlato con il neo-presidente Andrea Gehri (56 anni), titolare della Gehri Rivestimenti SA di Porza, azienda di famiglia attiva in Ticino ormai da 50 anni.

Presidente: la Camera di commercio e dell’industria del Cantone Ticino sostiene le squadre sportive professionistiche ticinesi. Iniziativa lodevole. Ma in che modo le sostiene?
Innanzitutto dando loro visibilità per far comprendere alla politica e alla società civile che si tratta di aziende come tutte le altre e quindi confrontate alle stesse difficoltà quotidiane di tutti i settori economici, aggravate ora dalle chiusure imposte. Limitazioni particolarmente rigide per il settore sportivo che, privato della presenza del pubblico, è di fatto praticamente fermo in termini di introiti. Inoltre, la nostra funzione “neutrale” priva di campanilismi, può contribuire riunire con più facilità i club per essere maggiormente efficaci nelle giuste e comuni rivendicazioni. Non deve stupire che si muova in maniera decisa l’associazione-mantello dell’economia ticinese, la quale rappresenta, di fatto, tutti i settori nelle questioni di politica economica generale. A maggior ragione, avendo potuto constatare lo scarso peso politico delle leghe professionistiche che, a loro volta, non tutelano a sufficienza i club. Necessario in questo contesto che si schieri la voce dell’economia anche cantonale.

Sostanzialmente quale sarà il vostro ruolo?
Di per sé abbiamo solo raccolto in maniera più strutturata e coordinata i nostri associati del mondo sportivo professionistico. La prima priorità ora è di muoversi uniti per ottenere quei sostegni finanziari federali e cantonali indispensabili alla sopravvivenza. Procedendo in modo compatto vi sono molte più possibilità di perorare la causa in maniera efficace. Si tratta quindi di svolgere quello che per noi è il normale lavoro di lobby politica verso le istituzioni, come facciamo con tutte le aziende del commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi. Al contempo, cerchiamo anche di sensibilizzare e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su quello che queste aziende rappresentano per il nostro territorio.

La Camera di commercio si incaricherà anche di trovare fondi?
Non è il nostro compito principale e non lo facciamo direttamente, altrimenti sarebbe discriminante verso gli associati di altri settori. Operiamo sempre nell’ottica del rafforzamento della rete e della migliore conoscenza fra le aziende. Supporto e accompagnamento, ma non abbiamo il ruolo di attore in nessuna mediazione. La conseguenza è poi, spesso, che le imprese trovano appoggio in altre aziende associate. La possibilità di favorire rete, contatti e network tra i vari settori economici rappresenta certamente un’opportunità anche per il settore dello sport che vive, anche e soprattutto, di visibilità e sostegno attraverso lo sponsoring.

Le squadre professionistiche sono delle aziende nel vero senso della parola. Indotti economici che fanno bene al Ticino. Basta dare una occhiata alle cifre riportate nel riquadrato in basso.
Le cifre sono reali a dimostrazione che il valore economico dello sport professionistico viene spesso sottostimato. Una cifra d’affari aggregata che sfiora i 70 milioni di franchi, un migliaio di collaboratori (senza gli effettivi delle squadre), oltre mille aziende fornitrici esterne, quasi 2'000 ragazzi in formazione per hockey su ghiaccio, calcio e basket sono numeri molto importanti, che a loro volta producono un indotto sul territorio. È evidente che si tratta di aziende di rilievo, dalle quali dipendono poi molte altre aziende, spesso piccole e medie. Da non dimenticare poi, il valore di percezione sociale che rappresentano nella nostra società civile. Potremmo immaginarci un contesto senza la cultura dello sport per i nostri giovani, vera e propria palestra di vita e di crescita personale?

Eppure, c’è sempre una sorta di riluttanza quando si parla dello sport (ovviamente in casi del genere)...
Questo è figlio di un’immagine sbagliata, che associa lo sport professionistico a un gingillo per milionari e dal carattere prettamente ludico e quindi non indispensabile. Ci si fa abbagliare da certe cifre elevate guadagnate da alcuni giocatori di alto livello, dimenticando però che la stragrande maggioranza degli impiegati dei club sono lavoratori e lavoratrici “comuni”, con stipendi nella media degli altri settori. Pensiamo ai magazzinieri, ai responsabili del materiale, a chi si occupa della manutenzione del ghiaccio o dei prati. Occorre quindi staccarsi dall’immagine ancora molto radicata di attività per pochi privilegiati, strapagati e comunque lontani dai reali problemi della società. È una questione di mentalità e il nostro ruolo è quello di far capire che lo sport professionistico, dal punto di vista aziendale, non è fondamentalmente diverso dalle imprese di altri settori.

Avete intenzione di allargare la vostra iniziativa anche a livello nazionale?
Sì, le squadre professionistiche sono legate alle Camere di commercio e dell’industria dei relativi cantoni, per cui i nostri colleghi si sono mostrati subito molto interessati dall’iniziativa. Lo scopo è di fare fronte comune, proprio per ovviare alla debolezza delle leghe professionistiche già citata in precedenza. Immediata sensibilità vi è stata da parte dei colleghi romandi, Friborgo, Losanna, Ginevra e Neuchâtel in testa. In Svizzera tedesca ci si muove in maniera più individuale, ma contiamo di poter coinvolgere un numero importante di club affinché la cooperazione e il lavoro mirato, iniziato in Ticino, assuma una rilevanza nazionale.

Secondo lei il Consiglio Federale ha fatto abbastanza per lo sport d’élite durante questa pandemia?
Non mi sembra. Forse anche perché prigioniero dell’immagine suddetta, cioè che si tratta di puro divertimento che si può fermare a piacimento, senza ripercussioni rilevanti. Complice, purtroppo, anche lo scarso peso specifico dei rappresentanti delle leghe professionistiche. Forse lo sport è vittima del luogo comune che veicola l’immagine di sportivi privilegiati e strapagati, ma la realtà vera e conclamata è quella di un settore anche più fragile di tanti altri comparti economici, dove la sostenibilità è talvolta legata alle emozioni e alle passioni di pochi idealisti. Il Consiglio Federale ha posto delle condizioni per poter sostenere in misura maggiore lo sport professionistico, ma mettendo l’accento sulla necessità di contenere e rivedere la retribuzione di figure, poche invero, che beneficiano di alti stipendi. La stragrande maggioranza degli impiegati nelle società sportive sono retribuiti con stipendi e salari assolutamente nella media comparabile a tanti altri settori economici. Un discorso generalizzato di tagli a questa voce non risolverebbe, ma potrebbe, al contrario, mettere in difficoltà molte famiglie e realtà aziendali correlate.

Lo sport chiede di poter sopravvivere, giustamente. Lei ritiene, comunque, che l’agire delle singole federazioni in materia di calendari, protocolli e quant’altro sia stato corretto sinora? Si poteva fare meglio?
Probabilmente le misure prese sono state giuste nel loro complesso. Del resto, i club hanno investito molto per predisporre tutte le misure di sicurezza necessarie. Che, tra l’altro hanno funzionato molto bene. Il problema è che poi si è detto loro che, in sostanza, non servivano a nulla e che occorreva chiudere tutto al pubblico. Penso quindi che si sia operato bene alla base, prevedendo quanto si poteva ragionevolmente esigere dai club, che sono stati severi e ligi nell’applicazione. Poi però è mancata la forza di reazione davanti alle imposizioni di chiusura, accettate probabilmente in maniera troppo leggera. Limitare la presenza di 30 spettatori in uno stadio da oltre 7000 posti rappresenta un criterio che non si può condividere, ma neppure il pubblico e gli appassionati lo comprendono. Bisognava, a mio modo di vedere, adottare criteri di limitazione tenendo in considerazione spazi, m2, distanze e vie d’accesso dedicate, ossia tutto quanto i club sportivi avevano già ampiamente e validamente predisposto per l’inizio dei vari campionati.

Non crede, vista l’importanza a livello sociale, che anche lo sport amatoriale meriti la vostra attenzione?
Sostenere lo sport professionistico non significa ignorare quello amatoriale ma non potendo però essere presenti ovunque, abbiamo scelto di lavorare in primis sulle squadre professionistiche, che sono appunto strutturate come aziende e che non hanno, di fatto e al momento, una rappresentanza comune strutturata sufficiente nel contesto economico.

MAURO ANTONINI

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