Ticino, 03 novembre 2020

Troppi ticinesi in cerca di aiuto “Hanno bisogno di mangiare”

*Articolo del Mattino della Domenica. Di Mauro Botti

Un’ape metallica non ha mai smesso di girare per le vie del Luganese. Operoso come sempre, alla sua guida c’è Don Emanuele Di Marco, Don Ema per tutti, Don per chi ha una certa confidenza. Un prete che anche durante la pandemia non ha mai smesso di seguire la propria missione: aiutare i ticinesi bisognosi di aiuto, di conforto e… di viveri.
 

Le tre ruote non si sono bloccate
 

“Il Coronavirus, purtroppo, ha dato una falciata letale a tantissimi lavoratori, che sfioravano già il precariato: c’è chi faceva il tassista, la cassiera al cinema o chi dava una mano ad allestire i concerti. In un attimo, con uno schiocco di dita, tutti questi piccoli contributi sono venuti meno alle famiglie ticinesi. Queste persone che prima riuscivano a garantire quel poco che gli serviva, per dare un po’di sostegno ai propri cari, lo hanno perso. C’è stato proprio un abbassamento di livello del quotidiano: per chi era già un pochino in alto si è “adeguato”, chi era già a pelo dell’acqua in un attimo è andato sotto, è affogato diciamo.
 

Un’ecatombe: i numeri salgono

“Il numero di persone che hanno bisogno è aumentato, nel Luganese erano circa 60 le famiglie che si erano rivolte a noi. Dopo il lockdown sono aumentate: se ne sono aggiunte una ventina. Ora abbiamo anche potenziato l’ape a Lugano Nord (Cornaredo, Molino Nuovo, ecc…). In quella zona le richieste sono molto aumentate, anche perché il tipo di quartiere, un po’ popolare, ne ha risentito di più. Posso dire che stiamo organizzando un carico di distribuzione di 100 spese: in un giorno sono già tutte distribuite ad altrettante famiglie”.
 

Il Ticino ha un cuore grande
 

“L’ape è posteggiata in Piazza Dante tutti i sabati e i mercoledì dalle 9 alle 18. Ognuno di noi può lasciare la spesa sull’ape e alla sera consegniamo. Questo sistema, in questo periodo di incertezza sanitaria, dove si ha paura di andare nei negozi, il carico dell’ape (rispetto alla domanda) è un po’ più basso. Grazie a donazioni pecuniarie, però, andiamo noi a fare la spesa, facendo anche degli accordi con alcuni negozianti. Con i numeri in aumento abbiamo dovuto pensare anche a questa soluzione”.
 

Il Don non riesce però a trattenere una certa emozione: “Il Ticino è di una generosità commovente, rimango ogni volta a bocca aperta. Lo abbiamo visto nel periodo di piena crisi dove tantissime persone si sono messe a disposizione o come volontari o come finanziatori. Il Ticino ha un cuore grande”.
 

Bisogno, non povertà

“Noi cerchiamo di evitare il terminepovertà, sono solo persone che stanno passando momentaneamente una situazione di bisogno. Ci siamo resi conto che avendo a che fare anche con i bambini si rischia di creare un senso umiliante. Invece dobbiamo riuscire a dare dignità in un momento difficile. Vivere momentaneamente una situazione di bisogno è anche più leggero, non è più avere una sorte definitiva, dove vieni etichettato a vita. Per questo motivo non pubblicizziamo troppo dove portiamo la spesa. Deve essere tutto super anonimo. L’espressione un po’ divertente che usiamo noi è che siamo 'fattorini della provvidenza'. Noi prendiamo le cose e le spostiamo da A a B. Siamo solo dei trasportatori, da cuore a cuore”.
 

Un futuro lockdown: impensabile e pericoloso

“Secondo me andremo di fronte a una crescita di persone bisognose in caso ci fosse una seconda chiusura. Purtroppo, non abbiamo più il beneficio della sorpresa come era in marzo, anche nella solidarietà. Prima eravamo davanti a un baratro, qualcosa di non conosciuto. Adesso, dovessero fare un lockdown, soffriamo già delle conseguenze brutte subite. La paura è peggiorare di tanto quello che già traballa: le professioni a rischiopotrebbero ricevere il colpo finale. Le famiglie non possono risparmiare sulla cassa malati, non possono risparmiare sull’affitto, su cosa tirano la cinghia? Sul cibo. Noi entriamo in gioco lì, ma il lavoro non lo possiamo inventare. Speriamo in bene”.

Quando è il ticinese a soffrire
 

“ Se una volta ad essere in difficoltà era lo straniero che si doveva integrare, adesso sono i Ticinesi a soffrire, e molto. Io penso alla Lugano di quando ero bambino e me la ricordo completamente diversa. Quando portiamo la spesa e la consegniamo, ti rendi conto di tantissime realtà nascoste che non penseresti mai possano esistere sul nostro territorio. Le persone che veramente fanno fatica sono quei ticinesi over 50, magari con famiglia a carico. È dura, a quell’età è veramente dura, alcuni si sentono rispondere che il loro profilo è troppo qualificato, anche solo per spazzare per terra. Incredibile”.
 

Parola d’ordine: incertezza

“Di principio il futuro dovrebbe essere quella cosa che si guarda con speranza, adesso è diventato il luogo della minaccia. Viviamo nell’ansia del tempo che scorre in modo negativo. La paura di perdere quel poco che rimane. Il Coronavirus ha dato una sferzata, lo senti anche dai bambini: hanno paura che il papà o la mamma perdano il lavoro. Non dobbiamo nemmeno stupirci che crescendo cerchino di buttarsi subito nel mondo del lavoro, guadagnare qualcosa per la famiglia. C’è questa impressione di perdere il treno ed è nocivo sulla qualità di vita delle persone più fragili”.
 

I nuovi progetti non finiscono mai
 

“L’idea è quella di aumentare la nostra presenza, per i casi più difficili, favorendo il contatto tra chi ha bisogno e chi può donare, magari, una borsa di studio per i figli. Con l’ape diamo un aiuto importante, ma sul bilancio famigliare in una settimana si consuma. Vogliamo proporre dunque qualcosa sul lungo termine”.
 

Per chi volesse maggiori informazioni può visitare il sito internetwww.uncuoreatreruote.ch, oppure chiamare Don Ema, la sua disponibilità e la sua forza di aiutare sono infinite.

*Edizione dell'1 novembre 2020

 

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