Tutto parte nel settembre 2024. Fiorenzo Dadò porta alla Commissione giustizia e diritti, che allora presiede, una lettera con immagini e accuse contro Mauro Ermani, all’epoca presidente del Tribunale penale cantonale. Dice di averla trovata nella bucalettere, in una busta anonima. Il materiale viene trasmesso alle autorità. Dadò sostiene di aver fatto il proprio dovere.
Seguono gli accertamenti. Nel marzo 2026 la procura emette un decreto d’accusa per falsa testimonianza, che Dadò impugna, e abbandona l’ipotesi di denuncia mendace. Ermani ricorre e il 1° ottobre la Corte dei reclami penali annulla l’abbandono: servono ulteriori approfondimenti. La Corte solleva dubbi sulla ricostruzione di Dadò e sulla sua consapevolezza dell’infondatezza delle accuse contro Ermani.
Dadò respinge il contenuto della decisione, liquidandolo come un «copia e incolla» del ricorso dell’ex giudice. Rivendica la scelta di portare il materiale in Commissione e denuncia tentativi di intimidazione. Ermani replica il 15 ottobre a TeleTicino: «Non è il primo politico che quando una sentenza non gli sta bene critica i giudici». Per lui bisogna chiarire come sia nata quella segnalazione e con quali intenzioni.
Questa settimana i il Mattino della domenica torna all’attacco. Lorenzo Quadri respinge l’accusa di intimidazione e chiede se Dadò possa restare nei gremi di alta vigilanza mentre la sua posizione è ancora da chiarire. Poi il confronto con la Lega: se fosse coinvolto Daniele Piccaluga, ci sarebbe la stessa cautela nelle richieste di passi indietro? E chi chiede rigore agli avversari dovrebbe spiegare quale metro ritiene giusto quando il caso riguarda lui.
Per Fiorenzo Dadò vale come per tutti i cittadini la presunzione d'innocenza.










