Mondo, 26 dicembre 2018

Quella città della Cina dove il Natale è proibito

A Lanfang, in Cina, quest’anno è stato proibito ogni festeggiamento legato al Natale. L’ordine arriva dall’alto, precisamente dall’Ufficio per la Gestione Urbana locale. Nella direttiva sono vietate feste pubbliche, alberi di Natale, luminarie, cartelloni. Ma anche promozioni commerciali a carattere natalizio. Proprio quest’ultimo aspetto sarebbe uno dei più rilevanti, quello che avrebbe fatto scattare la mannaia delle autorità.

Il caso Lanfang

Nelle quattro categorie in cui vengono suddivise le città cinesi, con poco più di 4 milioni di abitanti, Lanfang appartiene al secondo livello. Un nucleo medio-alto, quella che viene definita città-prefettura. Negli ultimi anni le città sono in competizione tra loro per farsi notare dal governo centrale. Chi per l’ottima qualità della vita, chi per la pulizia nelle strade, ogni città ambisce a essere riconosciuta per un motivo specifico. I dirigenti locali avrebbero vietato il Natale per eliminare tutte le attività commerciali illegali a esso correlate. Sfruttare il Natale per ingrassare le tasche a spese del partito è intollerabile. Senza gli illeciti collegati al periodo natalizio – secondo i dirigenti – Lanfang rappresenterebbe un’eccellenza e avrebbe elevate possibilità di ambire al premio triennale di “città civilizzata” in materia di ordine, pulizia e rispetto della legge.

Controllo sociale

Nel periodo clou compreso tra il 23 e il 25 dicembre i funzionari locali ispezioneranno i negozi per assicurare il rispetto della direttiva. Anche i cittadini fanno la loro parte. Il governo ha chiesto loro di segnalare manifestazioni natalizie non autorizzate. Anche qui, dunque, procedono gli esperimenti di controllo sociale. Uno strumento che Pechino sta usando sempre più spesso per plasmare una nuova Cina. Attenzione però a trattare il caso Lanfang in modo superficiale e miope.

Una tradizione occidentale

Due sono le considerazioni da fare quando si parla del Natale in Cina: l’aspetto occidentale di questa festa e il suo carattere religioso. In merito al primo punto il Dragone non ha mai proibito espressamente ai propri cittadini di festeggiare il Natale. A Pechino e Shanghai il clima è quello che si può respirare in ogni capitale d’Europa: luci, Babbo Natale e tanti regali. Si potrebbe poi aprire una parentesi: perché qui sì e altrove no? Perché non tutte le città cinesi sono strutturate per “sopportare” un evento simile, dove attività commerciali illegali si intrecciano ad altre più o meno losche. E le amministrazioni locali non vogliono certo macchiare la propria reputazione agli occhi del governo per una festa occidentale.

Natale come consumismo

Il Natale, non appartenendo alla tradizione cinese, è considerato un periodo in cui spendere e spandere. Consumismo puro ma senza spiritualità di alcun tipo. Il patto tra governo e cittadini è più o meno questo. E non potrebbe essere altrimenti visti i rapporti odierni tra Cina e Occidente. Nell’epoca in cui Pechino intende tornare al centro del mondo non c’è spazio per una festa occidentale. Una invasione culturale nemica agli occhi dell’opinione pubblica.

L’aspetto religioso

L’altro motivo per cui il Natale è visto con sospetto è il suo aspetto religioso. La diffusione della religione cattolica può mettere a rischio la tenuta sociale della Cina. Questo pensa il governo, che intende rappresentare l’unico sole oltre la Muraglia. C’è però anche da dire che la diffidenza cinese nei confronti dei cattolici arriva da un fraintendimento storico del cattolicesimo stesso. Salvo rare eccezioni, i missionari che in varie epoche provarono a convertire i cinesi arrivarono in Cina in nell’epoca più buia del paese, con gli occidentali a governare ampie fette di territorio.

La diffidenza verso il cristianesimo

Se a questo shock si aggiunge l’episodio della Rivolta dei Taiping il quadro è completo. Un certo Hong Xiuquan, nella seconda metà dell’800, provocò una guerra civile in seno all’allora Impero cinese. Xiuquan fondò la Società degli adoratori di Dio, una setta che univa elementi cristiani ad altri confuciani. Lo stesso leader si professava fratello minore di Gesù Cristo e secondo figlio di Dio. Arrivò inoltre a sostenere che la Bibbia fosse stata scritta per lui e che gli fosse stata assegnata la missione di salvare la Cina dalla dinastia Qing. Questo, in sostanza, era il cuore religioso che ispirò la sanguinosa rivolta che fu repressa nel 1864. E da qui nasce l’estrema diffidenza cinese a tutto ciò che è religione cattolica.


(Via gliocchidellaguerra.it)

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