Mondo, 30 agosto 2018

Come si vive in Corea del Nord

 I passeggeri si lasciano andare a un sospiro di sollievo e guardano di là dal vetro con curiosità mista a timore, mentre il vetusto velivolo sovietico che li trasporta termina il suo atterraggio sulla pista di cemento sgretolato dell’aeroporto di Pyongyang. Una visita in Corea del Nord inizia e finisce, quasi sempre, allo stesso modo: un aereo di linea assemblato decenni orsono nell’Urss ed il piccolo e ormai fatiscente aeroporto della capitale, che sembra essere uscito da un film di spionaggio sulla Guerra fredda.

A dire il vero, esiste anche un treno, anch’esso di epoca sovietica, che lascia Pechino tutti i giorni dispari e, dopo una notte di sferragliamenti, arriva nel grigiore mattutino della stazione della capitale nordcoreana.

La maggior parte dei visitatori preferisce comunque affrontare il breve rischio di un volo turbolento e evitare gli eterni controlli di frontiera sullo Yalu, il fiume sopra il quale passa il ponte ferroviario che connette la Repubblica Popolare Democratica di Corea, nome ufficiale del Paese eremita, con il suo grande fratello cinese.



In ogni caso, che si scelga la velocità dell’aereo o la poesia del treno, una volta arrivati in Corea del Nord, il copione segue un corso predefinito e regolarmente scandito da luoghi ed eventi sempre uguali. Non è infatti possibile visitare il Paese in maniera autonoma e indipendente; niente zaino in spalla e via: nel Paese si viaggia solo se accompagnati, ventiquattro ore su ventiquattro, da guide fornite dal ministero del Turismo della Repubblica Popolare Democratica di Corea, che svolgono anche il delicato ruolo di assistere, istruire e controllare i turisti stranieri.

A Pyongyang, città di titanici memoriali e alveari di cemento, si visita la biblioteca nazionale, il palazzo dei bambini, il monumento al partito, l’obelisco all’idea che sta alla base del partito, il monumento ai martiri del partito, l’imbarcazione nemica Uss Pueblo catturata dalle forze coreane durante l’ultimo conflitto, il mausoleo che ospita le salme di Kim Il Sung e Kim Jong Il, e, ovviamente, si pranza e si cena in un ristorante tradizionale, forse l’unico della città, si pernotta nell’albergo più centrale di tutti e si assiste, immancabilmente, a qualche noiosa ed incomprensibile rappresentazione canoro-teatrale atta a celebrare i traguardi raggiunti dal regime o l’armonia fiabesca della società nordcoreana.



Imprescindibile è anche la visita alla Dmz (demilitarized zone), il tesissimo e, nonostante il nome, estremamente militarizzato confine con la Corea del Sud. Se si ha, poi, più tempo a disposizione, si potranno visitare altri luoghi all’interno del Paese, ma anche fra i paesaggi verdi e bucolici della Corea rurale, l’iter resta sempre e comunque grigio, monotono e inesorabilmente tedioso: fattorie collettive, musei a cielo aperto, paesaggi montani da cartolina anni ottanta e cittadine semi deserte.

Eppure, se si guarda oltre la facciata della bella Corea ordinata, monotona e asfissiante che il regime tenta di vendere agli stranieri, non è difficile scoprire un Paese diverso, reale, e notevolmente più interessante.



La Corea del Nord è un Paese pieno di contraddizioni, nel quale, accanto a uno statalismo economico che rasenta l’autarchia, esiste un fiorente mercato nero di elettrodomestici e generi alimentari ed un crescente desiderio di consumismo per il superfluo quotidiano prodotto in Cina.

A Wonsan, sulla costa orientale della penisola, non è difficile trovare pescatori che vendono sotto banco molluschi alla brace accompagnati da generose dosi di soju, un liquore simile alla vodka, fatto in casa. Nelle campagne, fra le dormienti geometrie della collettivizzazione, s’intravede il degrado di gruppi di contadini alcolizzati ai margini della strada, la miseria di bambini senza scarpe, il decadimento strutturale di mostri di cemento degli anni settanta, l’indolenza dei giovani soldati, quasi abbandonanti a se stessi a controllare strade polverose e senza traffico.

Oltre la facciata, però, si vede anche una società forte e unita, persone che si aiutano a vicenda, famiglie genuinamente serene, di una serenità che noi si sembra aver perduto, una quotidianità dura ma semplice e serena: le facciate dei regimi sono, infatti, spesso anche schermature involontarie per gli aspetti realmente positivi dei Paesi che questi regimi controllano.



I risultati sociali ed economici che questo Paese è riuscito a raggiungere, nonostante il suo eterno isolamento, non sono poi da sottovalutare. Forse non sarà la grande potenza e la perfetta società che la propaganda vuol dipingere, ma la Corea del Nord è comunque una nazione che, con immensi sacrifici, anche umani, è riuscita a sopravvivere all’immensa onda d’urto dell’implosione sovietica, alle carestie degli anni novanta, all’embargo del mondo occidentale e alle continue minacce statunitensi, giapponesi  e sudcoreane.


Si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia sugli stereotipi e le leggende metropolitane che circondano questo “Stato canaglia”, ultimo baluardo di una Guerra fredda ormai perduta. Dilungarsi sui cliché, più o meno veritieri, di cui l’immagine della Corea del Nord è satura, è cosa per tabloid scandalistici e non serve a granché. Quello che invece è importante osservare e raccontare sono i piccoli momenti quotidiani, i volti della gente e gli incontri fra persone che, nascosti dietro la facciata di slogan e manifesti, costituiscono la parte più bella ed interessante del Regno dei Kim. Che sia lo sguardo di un vecchio pescatore di mitili sui moli di Wonsan, nell’est del Paese, o la grazia di una giovane ballerina in una scuola di Pyongyang, è ancora possibile, nonostante il rigido controllo sociale, catturare immagini che, forse, si avvicinavano alla realtà di un Paese dove la verità è soltanto un’opinione.

(foto e testo: gliocchidellaguerra.it)

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