Svizzera, 30 giugno 2018

La giustizia svizzera troppo debole con gli islamisti?

In questo mese di giugno è terminato il processo a Consiglio centrale islamico svizzero, organizzazione islamica spesso accusata di essere vicina a movimenti estremisti e jihadisti, e il verdetto ha visto la piena assoluzione di due dei tre imputati, di cui il leader Nicholas Blancho, e una pena sostanzialmente lieve per il terzo. Il ticinese Stefano Piazza, da tempo profilato sulla questione dell'estremismo religioso e in particolare quello islamico, ha tratto la conclusione che la giustizia svizzera è troppo mite con gli estremisti religiosi. Conclusione a cui è giunto non solo per il processo a CCIS ma anche a quello delle Tigri Tamil che si è terminato la stessa settimana e anche in quel caso senza condanne di rilievo.  Di seguito riportiamo integralmente un testo scritto da Piazza, pubblicato sul suo sito Confessioni elvetiche, in merito ai due processi:

Il mese di giugno di quest’anno sarà ricordato come uno dei peggiori momenti per il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) guidato dal procuratore Michael Lauber. In una sola settimana due importanti processi, quello alle Tigri Tamil dello Sri Lanka e quello al gotha del Consiglio centrale islamico svizzero, hanno visto l’MPC soccombere, non senza clamore.
 
Il primo processo si è concluso con l’assoluzione di otto imputati (con formula piena) e la condanna con la condizionale a cinque degli accusati per reati minori. Il secondo procedimento, invece, ha visto Nicolas Blancho e Qaasim Illi entrambi leader dell’organizzazione islamista svizzera (CCIS), venire assolti dal Tribunale penale federale che li ha giudicati «non colpevoli di propaganda al terrorismo», questo «per dimenticanze nell’atto d’accusa» ha sentenziato il TPF. I giudici hanno però condannato un terzo imputato, il produttore culturale Naim Cherni, a 20 mesi di carcere sospesi con la condizionale. Quest’ultima è una buona notizia per gli amanti della cultura che potranno ancora apprezzare il talentuoso esponente del CCIS che già nel 2015 intervistò in Siria un leader jihadista (Abdullah al Muhaysini) che non mancò durante l’incontro, ovviamente culturale, di incitare i musulmani europei a correre nello «stato perfetto» a combattere per instaurare il califfato.
 
L’intervista con al Muhaysini venne diffusa su tutte le piattaforme del CCIS e per questo l’MPC, non cogliendone l’aspetto artistico, aveva pensato che vi fosse una violazione della legge che vieta la propaganda del terrorismo e il sostegno alle organizzazioni ad esso connesse. I media hanno riferito a ridosso del processo che vi sarebbero state come detto «dimenticanze nell’atto d’accusa» tali da compromettere il giudizio.
 
Ora bisognerà attendere i tempi tecnici per capire davvero se le cose siano andate così, ma già il sospetto che un processo di questa portata possa essere stato inficiato da «dimenticanze» lascia più che l’amaro in bocca. Delle motivazioni giuridiche dibatteranno i giuristi; sulle possibili ricadute in termini di immagine sulla struttura dell’MPC sarà la classe politica a riflettere. Inizia a serpeggiare un certo fastidio per tutti questi insucessi che sono anche molto costosi per le casse della Confederazione.
 
A proposito di costi, nemmeno la riorganizzazione dell’MPC presentata dal procuratore generale fu fatta solo di risparmi; cause di lavoro e gli indennizzi pagati ai procuratori non più in sintonia con Michael Lauber ci sono costati qualche milioncino. Si disse all’epoca (2015) che una riorganizzazione così efficiente come quella che si voleva adottare aveva dei costi importanti ma andava fatta. La soluzione migliore era accentrare tutto il lavoro a Berna dove le sedi distaccate dell’MPC avrebbero trovato un valido referente, quindi solo così avremmo avuto maggiore efficienza, meno costi e una struttura più dinamica. Che dire meglio di così? Tuttavia, qualche appalto informatico non proprio cristallino, una serie di processi persi o non celebrati, qualche indiscrezione antipatica su pacchi regalo dalla Russia (poi restituiti), hanno macchiato un progetto che sulla carta veniva descritto come eccellente. Oggi si può affermare che la struttura verticistica con un uomo solo al comando non ha funzionato. Per usare una metafora calcistica, una buona soluzione non sarebbe quella di cambiare non solo l’allenatore, ma anche lo schema di gioco e il pallone?
 
Per tornare al processo agli islamisti svizzeri, tra le molte cose che sono sembrate fuori luogo c’è l’atteggiamento mostrato dagli imputati per tutta la durata del dibattimento. Non parlo solo del silenzio in aula e dell’incontinenza verbale fuori. La presenza dei supporter urlanti «Allah o akhbar», tra i quali donne velate e noti islamisti, i numerosi video nei quali si gridava alla persecuzione dei musulmani in Svizzera e tutto l’islamic show al quale si è assistito durante il processo, sono stati davvero spettacoli grotteschi. Ancora più tristi e preoccupanti gli atteggiamenti mostrati da alcuni nerboruti tifosi travestiti da bodyguard del terzetto sotto processo (ma chi li paga?) che non hanno mancato di sfidare con lo sguardo e con il corpo polizia e giornalisti.
 
Forse è anche grazie all’assordante silenzio del Consiglio federale che a Bellinzona è risuonata così forte l’esclamazione «Allah è grande»? Forse, ma una certezza c’è: se c’era un fantasma deciso a passare l’estate all’ombra dei castelli di Bellinzona per vedere lo spettacolo, ci avrà ripensato.

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